lunedì 9 ottobre 2017

Daleko, il Maestro

2.

31 Marzo 1995

«Sono molto deluso! Comincia da capo e termina l'esercizio come ti ho insegnato.»

Il Maestro Daleko aveva i suoi metodi. Non urlava, il tono della sua voce era sempre basso, tanto che, se ero affannata e il mio battito aumentava, dovevo cercare di placarne la frequenza in modo da non sentire il martellante palpito del cuore nelle orecchie e non perdere una sola parola che mi veniva rivolta. Che fosse soddisfatto dei miei progressi o contrariato per i fallimenti accumulati, la sua voce disincarnata trasmetteva la medesima neutralità. Ciò che cambiava era la stoccata del suo bastone. Sulle spalle per esprimere compiacimento, sul retro delle caviglie per comunicare disappunto, sulle reni per punire.

La dose di dolore impartita era necessaria alla mia crescita. Mi aveva insegnato che questa era l'unica strada per diventare un maestro a mia volta. Io dovevo accogliere il dolore per capire a fondo tutti coloro cui ne avrei inferto: solo così avrei saputo dosarlo e adoperarlo a mio vantaggio. Era necessario che io assaporassi ogni graffio, bramassi ogni livido, accettassi ogni scottatura per imparare a non averne mai timore. "Il corpo è una macchina perfetta, sa come curarsi," mi diceva "è importante affidarsi ad esso e al potere della mente".

«Puoi indossare i pesi e andare a correre,» soggiunse il Maestro dopo pochi istanti, prima che io cominciassi da capo il percorso «il cielo minaccia pioggia: nulla di meglio per riflettere. E tu ne hai bisogno, Sveta. Mancano trenta giorni al tuo ingresso al Campo di Addestramento e per allora dovrai essere preparata ad ogni evenienza» mi disse, dopo avermi dato tre colpi ravvicinati sulla bassa schiena.

Feci fatica a partire, ma raggiunta la cassa dei pesi di sabbia, indossai quelli da caviglie, da polsi e spalle - questi ultimi somigliavano ad una imbracatura da infilare come una maglia. Composti da materiali molto resistenti, erano riempiti di una polvere porosa contenuta in una fibra elasticizzata assorbente. Pregni d'acqua acquisivano volume e carico, superando di dieci volte il loro peso iniziale. Correre sotto la pioggia diventava una prova estremamente sgradevole, soprattutto quando i muscoli erano già stati sotto sforzo e i crampi potevano ostacolare l'esercizio. Meritavo quel trattamento perché non ero stata in grado di portare a termine l'ultimo allenamento alla perfezione.

Il Maestro Daleko era stato molto chiaro, preparandomi al Campo di Addestramento: dovevo seguire il percorso che lui aveva scritto per me, superare i tre anni senza mostrare talenti superiori alla norma, diventare Prima Dark Shadow, possedere il potere delle Pergamene e distruggerle non appena ne avrei carpito ogni segreto. Quel che lui non poteva insegnarmi era l'accesso alle Pergamene Nere. Una volta dentro, avrei dovuto farcela da sola.

20 Aprile 1995

«Con me, Sveta.»

Il Maestro era venuto a svegliarmi, soddisfatto di denotare il mio stato di allerta anche durante la notte. Mi alzai, tirando via distrattamente il mantello dal gancio alla parete e poggiandomelo sulle spalle. Non sapevo che ore fossero, né me ne curavo; la cosa fondamentale in quel momento era riscuotere i miei sensi e stare ben attenta a ciò che avrei visto e udito da lì a pochi minuti.
La strada fu breve; attraversammo il giardino che non c'era ancora luce, ma una sottile bruma aleggiava tra siepi e vasi di terracotta, nascondendo il selciato. Ci dirigemmo verso l'edificio antico, nello studio sotterraneo situato sotto le fondamenta dell'unica torre eretta su quella proprietà. Una vedetta probabilmente edificata durante la guerra. L'ufficio aveva pareti circolari di pietra e puzzava di muffa e libri.

«Dietro di me, prego» disse, indicandomi l'ingresso a porta normanna nel quale subito dopo si era infilato elegantemente. Lo seguii con deliberata lentezza, fotografando con la mente ogni cosa. Possedevo questo dono, ma non lo avevo mai condiviso con nessuno.
Era comparso più o meno verso i 7 anni, quando avevo potuto toccare un libro, tenendolo tra le mani per la prima volta. Mi accorsi di riuscire ad immagazzinare l'immagine che avevo visto e, qualche tempo dopo, quando il Maestro mi insegnò a leggere, capii di poter ricordare tutto dopo averlo scorso con gli occhi una sola volta. Memoria fotografica: una dote estremamente rara tra i Guerrieri della Neve, per non parlare di una comune reietta, orfana di genitori e ceduta quale merce di scambio come me.

Eppure, il primo comandamento del mio mentore era stato di imparare a dissimulare. Così feci anche nei suoi riguardi; questa informazione apparteneva soltanto a me.
Spostò l'imponente tavolo centrale, apparentemente senza difficoltà, quindi alzò il tappeto lurido che copriva il pavimento di roccia in quel punto, scoprendo una botola. L'aprì e questa volta mi invitò ad entrare per prima. Non esitai, mi infilai senza remore nel pavimento, tuffandomi nel buio umido di quella che sembrava una vera e propria caverna.
Improvvisamente la botola si chiuse e mi bloccai per un attimo, in attesa, sgranando gli occhi al massimo per carpire i più piccoli segnali luminosi che potessero tagliare quella densa oscurità.

«Prosegui, Sveta» sibilò il Maestro, che evidentemente era entrato dopo di me, chiudendosi il passaggio alle spalle.

«Maestro, non vedo...» dissi esitante.

«Dunque, inciamperai, ma ciò non deve fermare il tuo cammino» e, così dicendo, mi diede una potente sferzata alle caviglie. Ruzzolai giù per qualche metro, perdendo il mantello, quando decisi di far leva sulle braccia, accompagnando i movimenti goffi provocati dalla caduta e adeguandoli alla superficie sotto di me. Erano gradoni di una scala a chiocciola.
Chiusi gli occhi e seguii con la mente il percorso che girava in senso orario. Al termine della scalinata non seppi frenarmi a causa della forza di gravità e sbattei con forza contro un possente portone di legno, scorticandomi le nocche, i gomiti e una guancia.

Il Maestro mi raggiunse in pochi passi dando fuoco ad una fiaccola che illuminò il passaggio. Mi porse il mantello, che accettai di buon grado rialzandomi in fretta, e prese una enorme chiave di metallo dalla tasca, apprestandosi ad aprire la porta sulla quale poco prima avevo lasciato piccole macchie del mio sangue.
 Tre giri nella toppa e la porta di aprì. Strizzai gli occhi per adeguare la vista alla poca luce e mi accorsi con stupore di essere in una specie di laboratorio. La stanza aveva pareti di metallo e il tutto dava una sensazione di asettica estraneità, come se non ci fosse mai entrata anima viva prima.

«Mancano dieci giorni al tuo ingresso al Campo e tu non sei del tutto preparata» parlava tastando boccette di vetro e spostando oggetti dai ripiani, lanciando di quando in quando lo sguardo a un libro consunto. «Accomodati sulla poltrona in centro stanza, Sveta» mi disse alla fine, prima di voltarsi verso di me.
Io feci ciò che mi disse senza alcun timore.

«Adesso scaverò nei tuoi molari quasi fino alla radice, in modo da ottenere delle piccole cavità in cui inserirò quattro capsule di siero, una per ogni Pergamena. Potrai utilizzare queste armi soltanto una volta, quindi scegli con perizia i momenti adatti» concluse con parsimonia di parole.
Non aggiunse altro fino alla fine della piccola operazione, al termine della quale sarei stata definitivamente pronta.

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6 commenti:

  1. Wao.
    Praticamente la Lega delle Ombre :)
    Un addestramento molto ben descritto, davvero.

    Moz-

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    1. Oh, cavoli! Sto plagiando platealmente una storia che già esiste??? Povera me! Mi informerò, perché davvero non ne sapevo nulla!
      Grazie Moz per la segnalazione! u_u

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  2. ...e chi riesce ad aspettare il prossimo lunedì??
    Continuo a ripetere che Sveta è già la mia eroina ^_^

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  3. Mi piace il mix di avventura, azione e soprattutto la protagonista Sveta. Brava Robi!😄

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    1. Troppo buona, mille grazie! :DDD
      <3

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Chiunque tu sia, grazie per avermi dedicato il tuo tempo...