lunedì 11 dicembre 2017

Bisogna lasciare andare...

Quando è il dolore a parlare, sovente diventa prolisso. Si impantana in mille e più cose da dire, senza soluzione di continuità, di guarigione. È come se volesse prendersi tutto lo spazio e il tempo, farli propri e non lasciare altro che gli strascichi di una profonda costernazione.
È un maledetto bastardo egocentrico.

Quindi, oggi, non vorrei lasciargli carta bianca. Oggi dirò soltanto che Paci mi ha aiutato a diventare adulta, è con lui che ho commesso i primi errori e credo sia stato lui ad accendere la scintilla della sensibilità nel mio cuore. Quel forte senso di appartenenza alla natura che solo gli animali sanno dare.
Ecco, lui era il mio bimbo.

Era solo un gatto, cazzo... e poi era vecchio!

La frase inflazionata che fa più male.

Paciocco è nato esattamente a metà di giugno del 2000. Aveva 5 fratellini tutti bianchi, proprio come lui. Se n'è andato ieri sera... candido e bianco, come è sempre stato.

E con lui se n'è andato un pezzo di me.














 
















lunedì 4 dicembre 2017

Da sempre e per sempre

1.10

Lui era lì.

«Perché devo farlo? Io non voglio!» Avevo otto anni e piangevo ogni volta che il Maestro mi costringeva ad allenarmi con il freddo. Desideravo la mia bambola di bottoni, la coperta marrone della stanza della lettura e una tazza di brodo caldo. 

«Cosa ti ho insegnato, Sveta? Ti stai rivolgendo a me...» una stoccata sulle caviglie.

«Maestro, perché devo farlo?» Mi corressi, per non ricevere nuovamente la punizione. «Ho freddo e vorrei rientrare, per piacere.» La mia voce era supplichevole e lagnosa.

«Continuerai a spostare quel masso, spingendolo all'interno del percorso disegnato sul selciato, e non smetterai fino a quando non ti avrò comunicato diversamente. Il perché ti è stato spiegato quando hai accettato di seguire questo allenamento. Ora non discutere, continua l'esercizio.» 

Era quasi terminato l'autunno nei pressi di Liinakhamari, una landa rurale situata vicino al mare, il luogo in cui ero cresciuta assieme al Maestro Daleko. Anche con il sole più caldo, di questi tempi non si raggiungevano i 4 gradi Celsius; la neve era alle porte e andare in giro senza protezioni al viso significava vedersi scorticare la pelle dal vento tagliente.

Io ero stata ricoperta di bende bianche, quindi di scarponcini pesanti e un copricapo adatto al compito che mi era stato assegnato: leggero, elastico e utile a ripararmi dal freddo. Lasciava liberi soltanto gli occhi dei quali sentivo pungermi le palpebre a causa delle lacrime trattenute.

Sarei rimasta là fuori fino al termine dell'esercizio e mi sarei meritata una penalità solo per essermi lamentata poco prima. Il Maestro avrebbe supervisionato da vicino il mio lavoro, come aveva sempre fatto. Che ci fosse vento, pioggia o neve, mai mi sarei potuta permettere di battere la fiacca. Lui sarebbe stato lì ad osservare, correggere, rifinire. Sempre. 

Lui era lì.

«Maestro, ho il permesso di mangiare?» Durante il mio dodicesimo anno di vita, in Russia c'era stata una gelata particolarmente violenta, che aveva impedito la stagione di crescita di quell'anno. Avevamo superato da poco il periodo adatto: la terra ghiacciata non ci aveva concesso una nuova semina. Dovevamo razionare ogni provvista.

«Potrai mangiare soltanto quando ogni singola donna, uomo e bambino sotto la tua protezione avrà consumato almeno un pasto quest'oggi. Quanti siamo in questo edificio, Sveta?» Mi chiese in tono neutro, anche se riuscii a percepire una nota di disappunto nelle sue parole.

«Diciotto, Maestro.» Risposi pronta.

«E quanti hanno concluso la giornata con un pasto caldo?» Continuò imperterrito.

«Io... io non lo so, Maestro.» Non capivo il senso di quelle domande. Mancavano pochi minuti alla mezzanotte e da più di ventiquattro ore non mettevo qualcosa nello stomaco. Ero distrutta.

«Non accetto una tale mancanza di interesse per le persone che puliscono la tua stanza, lavano i tuoi vestiti e ti permettono di vivere in modo dignitoso. Ora andrai nelle cucine, calcolerai quanto cibo è stato distribuito oggi e, soltanto dopo aver memorizzato quante once di grano, legumi e semi possediamo, potrai sederti al tuo posto e mangiare assieme a me.» 

Lui era lì.

«Accomodati sulla poltrona in centro stanza, Sveta.» Il Maestro Daleko era di spalle, mancavano pochi giorni al mio diciassettesimo compleanno. Il 30 aprile successivo avrei fatto il mio ingresso al Campo Speciale di Addestramento per Dark Shadows.

Mi sedetti senza alcuna paura. Il mio mentore mi aveva insegnato la curiosità e la fiducia nel genere umano; nel contempo a mantenere il necessario distacco utile a valutare ogni nuova conoscenza con criterio e logica. Perfino le più antiche amicizie andavano ridimensionate di giorno in giorno. L'evoluzione del carattere e della personalità di un individuo era proporzionale al tempo che questi impiegava a maturarne la coscienza.

Mi fidavo del mio Maestro e non avevo nulla da temere. I miei dubbi, però, erano bestie troppo selvagge da riuscire a domare.

«Maestro, non potrò farcela senza il suo supporto. Io non so se sono pronta... quando sarò sola, come farò a correggere gli errori che verranno?» Gettai fuori quella domanda che scalpitava da settimane. Avevo bisogno di risposte, perché non ero certa che sarei riuscita a cavarmela.

Lui si era voltato e guardava nella mia direzione. Aveva ascoltato paziente il mio breve monologo, quindi si era avvicinato a me, sospingendomi delicatamente sullo schienale della poltrona.

«Adesso scaverò nei tuoi molari quasi fino alla radice, in modo da ottenere delle piccole cavità in cui inserirò quattro capsule di siero, una per ogni Pergamena. Potrai utilizzare queste armi soltanto una volta, quindi scegli con perizia i momenti adatti.»

Lui era lì.

Mi svegliai di soprassalto in preda a una violenta tachicardia. Potevo sentire il mio cuore non solo rimbombarmi nelle orecchie e battermi furiosamente nella cassa toracica, ma anche dall'esterno perché collegato a un apparecchio che trasformava quella folle corsa in un bip alterato. 

Ospedale, Nina – un bacio? –, Anderson – fottuto bastardo! –, una fitta di dolore all'addome. Tutto ritornò prepotentemente alla coscienza. Ero stata evidentemente sedata e preparata per un intervento. La sala era luminosa e piena di camici verdi attorno a me, intenti a preparare attrezzi, farmaci e comunque in attesa del chirurgo.
Una celere infermiera, sentendo il suono accelerato del macchinario, si accostò al tavolo operatorio dove ero stata adagiata e si rivolse a me in tono pacato.

«Va tutto bene, signorina. Lei è in buone mani, tra pochi minuti la metteremo sotto anestesia e verrà operata,» disse con voce gentile, «provi a calmarsi, vedrà che non sentirà niente.» E, così dicendo, appoggiò la mano sulla mia spalla stringendo piano, un segno di vicinanza mista a compassione. 

Non mi avrebbero salvata, sapevo di essere spacciata o almeno così credevo, fino a qualche ora prima. Avevo rievocato episodi di vita passata durante quello stato di incoscienza e le parole del mio Maestro erano tornate a galla così evidenti.

Come una stupida non avevo valutato la possibilità di utilizzare la capsula contenente il siero Zhivym. La pergamena Cammino di Rugiada, abbinata alla rinascita, veniva in mio aiuto. Era contenuta nel molare superiore destro, quello più semplice da raggiungere per me. Infilai l'indice sinistro in bocca e con l'unghia grattai tenacemente, fino ad estrarre la capsula. La ruppi con i denti e ingoiai. 

Chiusi gli occhi e mi calmai, perché lui, il mio Maestro, era lì con me.

lunedì 27 novembre 2017

Nessuno e Solo

1.9

Ogni dormitorio del Campo già alle cinque del mattino era brulicante e pieno di vita. La pulizia personale e dei locali veniva sbrigata da ogni singolo membro con solerte celerità, dato che alle 6 in punto cominciavano le sessioni d'allenamento individuali e collettive. Il tempo per prepararsi e nutrirsi era sempre ridotto al minimo, ma nessuno sembrava farci più caso già dopo qualche giorno dal proprio ingresso.
In quello femminile, però, c'era aria di tempesta. Il caos era provocato dall'individuo cui meno ci si sarebbe aspettato tale comportamento.

«Non me ne frega un cazzo, voglio uscire là fuori e rompergli la faccia, quindi togliti di mezzo, Irina!» Si agitò Nina, come una forsennata.
Era ritornata al Campo assieme a un paio di guardie, dopo aver dato l'allarme per Sveta qualche ora prima, in modo che questa fosse trasportata d'urgenza al più vicino ospedale. A destinazione, i medici non avevano concesso altro all'accompagnatrice che qualche minuto con la moribonda, per poi rispedirla indietro.

«Perché sei qui?» La gigantessa dai capelli rossi cercò di distrarla. «Sei libera, cosa ci fai ancora in mezzo a noi?»

«Di che t'impicci?» Urlò la prima con tutto il fiato che aveva nella sua piccola gola. «Non t'importa di nessuno qui dentro, perciò che io tiri le cuoia o meno, non è affar tuo!»

«Sì, che m'importa! E non credere sia per compassione, stronzetta. Noi tutte abbiamo bisogno di te qui dentro, ci sei utile.» Tentò la via più dura, prendendola per le spalle.

«Irina lasciami o, quant'è vero che t'ho ricucita tre volte nelle ultime settimane, ti strappo gli occhi con le mie mani!» Minacciò Nina con una furia che la faceva assomigliare ad una copia grottesca di Medusa. I suoi ricci, solitamente color miele, erano sfatti e le stavano flosci e sporchi sulla testa; incrostati di sangue e terreno, avevano il colore del fango rappreso.

«Non mi farò da parte, Nina,» la voce di Irina era calma e celava l'empatia che provava per la ragazza, «sei mingherlina e non intimorisci nessuno. Calmati e non pensarci più, la tua amica è morta o lo sarà presto, quindi prima cominci a fartene una ragione e meglio sarà.» Cercava di ridarle il senno. «E, comunque, Sveta se l'è andata a cercare.»

Stretta nella morsa di Irina, dopo le parole di lei, Nina cedette. La sua realtà era crollata, Sveta sarebbe morta e non avrebbe mai più potuto rivederla. Sentì i sensi abbandonarla, le gambe diventare molli, stava perdendo ogni appiglio muscolare e ora sembrava un burattino senza il sostegno al suo interno. Si lasciò andare semisvenuta, tanto che la rossa dovette prenderla in braccio e portarla di peso sulla branda più vicina. Qualche pacca sul volto e Nina tornò in sé. 

«Io... io, va bene.» Riprese, dopo aver ritrovato la lucidità. Provò a tirarsi su per mettersi di nuovo in piedi e continuò biascicando. «Hai ragione Irina, sono libera. Non c'è più spazio per me qui dentro. Darò immediata comunicazione che lascio il Campo.» Si alzò e ricompose la propria espressione ad una muta neutralità. 

Sotto lo sguardo indagatore delle sue compagne impotenti, le quali evidentemente non credevano a quella tanto repentina docilità, Nina Anderson si voltò verso il dormitorio e decise che non ci avrebbe più messo piede. Raccolta ogni briciola di dignità che le era rimasta, si rivestì impacciata del suo cappotto e uscì in direzione della Sala delle Udienze, dove avrebbe incontrato i Freddi Maestri.

Irina e le altre non poterono trattenerla oltre. Alcune commentarono che la ragazza, almeno, non si sarebbe fatta ammazzare troppo presto; il fatto che potesse cercare suo fratello fuori, quando dopo qualche anno sarebbe uscito, non avrebbero potuto evitarlo. Erano certe che in un modo o nell'altro Nina l'avrebbe fatta pagare a quel piccolo furetto malvagio, seppur sangue del suo sangue.
Tutti sapevano come erano andate le cose. Le voci erano circolate in fretta, dato che gli stupidi scagnozzi di Anderson non sapevano tenere la bocca chiusa. Sveta era stata pestata a sangue da Galkin e Orlov, ma ciò che maggiormente era venuto a galla era l'inumana brutalità di Aderson, il quale pareva fosse stato l'unico dei tre a ridurla in fin di vita.
Eppure come eroi, quei tre se ne andavano in giro da ore a vantarsi della loro malefatta, pur sapendo che la violenza gratuita poteva essere punita severamente dai Custodi e dai Maestri.

Ancora frastornata dalle ultime parole di Irina e certa che questa avesse detto il vero, con fredda decisione Nina richiese udienza ai Maestri, affinché la ricevessero immediatamente. Le guardie alle porte d'ingresso la invitarono ad attendere il tempo necessario: sarebbe stata convocata non appena possibile.
La giovane si accomodò nell'atrio del palazzo su una panca di legno posizionata sotto la finestra ad arco che dava sul giardino. Poggiò le mani sulla gelida seduta e chiuse gli occhi. Vivido le apparve il ricordo del giorno in cui aveva accompagnato Sveta ad una udienza simile; all'epoca la sua amica voleva superare il primo sbarramento in anticipo di qualche mese. Richiesta che le fu rifiutata, ovviamente.

Erano passati due anni da quell'ultima volta, ma ora come allora i Maestri richiedevano un costoso pedaggio in termini di pazienza. Il loro tempo valeva troppo perché venisse sprecato, quindi lasciavano i poveri postulanti fuori in attesa. Alcuni tra questi ultimi ritenevano che la propria richiesta non fosse poi così importante e si ritiravano presto; quelli che invece cercavano una grazia, magari un secondo giudizio per superare l'anno o che semplicemente volevano essere ascoltati restavano lì imperterriti per ore.

Nina si ritrovò a sfiorare con il dito la scritta, ormai ammorbidita e resa gentile dal tempo, incisa nel legno della panca su cui aveva preso posto. Sveta aveva usato il piccolo puntale che portava sempre alla caviglia per scavare quelle poche lettere: "Nessuno e Solo". Scorretta grammaticalmente all'apparenza, la frase portava in maiuscolo le iniziali dei loro nomi e descriveva il loro stato d'animo in quel momento. Nina era "Nessuno", Sveta invece impersonava "Solo".
La frase liberatoria, immortalata su quell'asse, aveva regalato loro un momento di ironica serenità, come non ci fossero altre preoccupazioni al mondo.

«La frase è scorretta, non vedi?» Aveva detto Nina.

«Sta' zitta! Si vede che hai il cervello piccolo come quello di una gallina.» Le aveva risposto Sveta, per poi imitare il volatile e il suo stupido chiocciare solo per prendere in giro l'amica.

«Ehi... fa' silenzio! Sei tu la gallina, se continui a starnazzare come un'oca!» Aveva riso di cuore Nina per il gioco di parole.

«Stupida!» Aveva detto l'altra, interrompendo la scenetta. «Tu sei Nessuno...» 

«Ah, grazie!» Uno sbuffo di Nina. 

«...e io sono Solo. Insieme, però, smettiamo di avere queste connotazioni negative. Se ci pensi è vero: nessuno è solo.» Aveva continuato Sveta senza ascoltarla. 

Quel tempo ora sembrava così tanto lontano, come se non fosse mai esistito. Il solo pensiero di quel ricordo felice le dava il voltastomaco e, sapendo che non sarebbe più tornato un momento simile, avrebbe fatto qualunque cosa per scacciarlo dalla testa. Invece come colla le si era attaccato ai pensieri e, meschino, aveva prodotto dolorose lacrime che adesso le impedivano di ragionare.
Fece in tempo ad asciugarsi il volto su una manica, quando una guardia attirò la sua attenzione, chiamando ad alta voce il suo nome. I Freddi Maestri erano pronti a riceverla.

Nina si alzò dalla panca, rivolse un ultimo sguardo alla frase "Nessuno e Solo", ultimo ricordo di Sveta, quindi seguì la guardia nella Sala delle Udienze.

La stanza aveva candide pareti molto alte, che si ergevano incurvandosi ad arco verso il centro e rendevano il soffitto la riproduzione a punta di una cupola. Di fronte alla porta d'ingresso erano posizionati gli scranni sui quali sedevano i Maestri. Vestiti di tuniche grigio perla, alcuni sembravano talmente vecchi da non riuscire nemmeno a vederla, figurarsi ascoltare quel che aveva da dire, altri avevano sguardi attenti e pronti.

«Parla ragazza, perché hai richiesto un'udienza?» Le si rivolse il maestro seduto al centro della fila.

«Non vi farò perdere tempo,» cominciò Nina, sicura che avvrebbero accolto immediatamente la sua istanza. «Sono venuta a richiedere formale autorizzazione per un Duello di Giustizia.»


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lunedì 20 novembre 2017

Quello che sei per me

1.8

Entrare a far parte di un Campo Speciale di Addestramento significava poterne uscire con le proprie gambe soltanto rispettando due condizioni: superare un iter prestabilito diventando un Dark Shadow oppure mostrare particolare nobiltà e purezza d'animo, tanto da poter essere esonerato dalla reclusione. Tale clausura sarebbe durata fino ai trentacinque anni per tutti coloro che – privi del talento necessario – non erano in grado di completare il percorso nella sua totalità. Chiudere il cerchio entro i cinque anni, invece, avrebbe procurato a chi ci fosse riuscito un ruolo di spicco all'interno della milizia segreta governativa.

Le normali sezioni militari russe avevano da sempre prodotto migliaia di soldati.
Forte dell'altissima affluenza di reclute, il Governo non aveva mai ritenuto fondamentale preparare protocolli d'azione specifici: i giovani impiegati nella milizia spesso venivano lasciati in balia del macontento dei Generali più anziani e preparati solo a morire per la patria.
La Russia, d'altro canto, rivendicava un ingente sacrificio in termini fisici e psicologici ai suoi giovani cittadini, ma non era in grado di fornire strutture adeguate al loro addestramento; queste ultime, infatti, non richiedevano particolari abilità fisiche agli arruolati, né tanto meno specifiche doti intellettive. Il risultato più evidente del mancato investimento economico in campo militare era la percentuale spaventosamente alta di perdite tra soldati inviati al fronte.

I Campi Speciali di Addestramento, al contrario, erano stati inaugurati da una organizzazione non governativa che faceva capo al Genio Militare, anticipando di qualche anno la Guerra Fredda. Per cercare di sopperire alle imperfezioni della bassa milizia e attingendo principalmente dalle capacità mentali che i giovani russi mostravano durante gli anni scolastici, il Campo avrebbe provveduto alle eventuali carenze fisiche degli stessi, istruendo le nuove reclute grazie a specifiche sessioni di esercizio, votate alla creazione di vere e proprie macchine assassine.

Basandosi su tale paradigma, vennero costituiti tre sbarramenti, il superamento dei quali poteva partire dal giorno del proprio anno di nascita successivo a quello di ingresso. A conclusione del primo, le Reclute avrebbero avuto accesso agli status progressivi di Evanescenti, quindi Crepuscolari e infine Dark Shadows. 

In cinquant'anni le Ombre Oscure nominate per merito non avevano superato la decina, mentre vi era traccia di un solo uomo riuscito a concludere i tre anni di addestramento allo scoccare del proprio ventesimo anno di vita: il Dark Shadow Daleko.

Durante la cerimonia di acquisizione della carica, veniva scelto – per ovazione da parte degli astanti o personalmente – l'ultimo nome che il nuovo Maestro avrebbe portato. Esso avrebbe delineato le doti peculiari dell'individuo che ne avrebbe fatto sfoggio, cancellando per sempre l'identità di nascita del Dark Shadow.

Le primissime reclute acquisite negli anni '40 furono costituite da figli di maggior talento di ex soldati selezionati e studenti dotati di eccellenti abilità logico-matematiche, iperattivi e con uno spiccato carisma. Vennero successivamente inglobati tutti gli adolescenti privi famiglia che, distintisi all'interno della società entro i diciassette anni, avevano mostrato idoneità all'ingresso. Il libero accesso era consentito soltanto agli allievi di Maestri Dark Shadows già formati.
Allo scoccare del diciassettesimo anno di vita, i prescelti diventavano parte integrante di una macchina ben oleata, iniziando il proprio percorso personale.

A partire dagli anni '80, l'ammissione al Campo Speciale fu estesa anche a coloro che potevano permettersi di acquistare un posto da Recluta. I più potenti magnati volevano che i figli fossero addestrati a dovere, così come famiglie di più alto lignaggio ritenevano fosse di grande prestigio insediare uno dei propri eredi all'interno del Governo. Tale introduzione di un contributo pecuniario cambiò di fatto le sorti del Campo stesso, trasformandolo in un luogo composto per la maggior parte da giovani inetti e privi della benché minima disciplina.

In questa cornice era collocata Nina Anderson, una giovane di buona famiglia sollevata dalla reclusione dopo appena due mesi dal proprio ingresso, poiché ritenuta inidonea alle atrocità. La ragazzina, dopo aver rifiutato l'esclusione, si era decisa a dedicare la propria giovinezza alla cura del prossimo. Ogni Recluta, Evanescente, Crepuscolare che avesse incrociato la sua strada all'interno del Campo doveva la propria vita alla ragazza. Durante i cinque anni trascorsi a soccorrere chiunque necessitasse di cure, si era guadagnata il rispetto e la stima di ogni singolo membro facente parte di quella inumana struttura, la protezione da ogni pericolo e l'ammirazione di coloro che non riuscivano a mostrare tanto coraggio e carità.

Nina Anderson aveva preferito restare al fianco di chi avrebbe avuto bisogno del suo aiuto, piuttosto che tornare ad una vita impregnata della stucchevole ipocrisia di una madre dal carattere debole e dominata dal malcelato disgusto di un padre deluso.

Quel campo aveva significato per lei poter esprimere se stessa senza alcun biasimo da parte di chi le stava attorno e affrancarsi da un passato amaro che continuava ad intasare il fluire leggero dei pochissimi ricordi d'infanzia. Più d'ogni altra cosa, però, aveva significato incrociare la propria strada a quella di Sveta, una giovane dallo sguardo pulito, gli occhi sempre lucidi come il cristallo e altrettanto limpidi. Chiara come luna la pelle di lei, adamantini i suoi capelli; leggera come un soffio di vento, delicata come una brezza estiva, agile e flessuosa come un gatto. Nina aveva perso il sonno a contarne le lentiggini, l'evidente constatazione che la perfezione poteva esistere anche su una porzione di viso tanto piccola.

Aveva adorato ogni espressione facciale di Sveta, ogni sguardo accusatorio, ogni determinata ostinazione, ogni manifestazione di quel carattere multisfaccettato. Aveva amato il suo silenzio e la sua diffidenza, la sua testardaggine e il suo ardimento, le sue mani amiche e assassine, i suoi versi d'approvazione e la sua arrendevolezza. A lei.
Aveva amato di Sveta che si fidasse.

Guardava quelle esili braccia collegate a tubi trasparenti, che come serpenti le si insinuavano dappertutto, trattenendo aria, regalando fluidi, risucchiando sangue, restituendo farmaci. Sveta non era che una grottesca marionetta collegata ad apparecchi anonimi e dal suono monocorde.

Data per spacciata fin dal principio, era stata preparata per l'intervento che le avrebbe potuto garantire qualche altra settimana di vita. La guardò un'ultima volta in viso, cercando di portare alla mente un solo sorriso di lei, senza riuscire a rievocarlo. Le strinse una mano, le si accostò al volto e le baciò lievemente le labbra. Le lasciò un'ultima frase prima di accomiatarsi.

«Il riscatto della tua vita sarà il senso della mia.»

Poi voltò le spalle all'amore, sapendo che probabilmente non l'avrebbe mai più rivisto.

lunedì 13 novembre 2017

Epurazione

1.7

«L'abbiamo scampata, eh!» Sussurrò Orlov al suo capo.

«Solo per ora.» Si intromise Galkin con aria grave.

Anton Anderson guardò entrambi con profondo disgusto, invitandoli freddamente al silenzio digrignando i denti.
I tre si erano accuratamente nascosti dentro l'angusto stanzino dove di solito si intrattenevano le sentinelle. Avevano seguito Sveta per quei corridoi isolati con l'intenzione di divertirsi un po' con lei e, pochi istanti dopo l'arrivo delle guardie, erano riusciti a celare la loro presenza lanciandosi di soppiatto nel cubicolo.

La ragazza era stata portata in isolamento per aver fatto chissà cosa, e ora i giovani avevano pochi minuti per dileguarsi, prima che i sorveglianti ritornassero al loro posto.
Decisero di farsi vedere fuori in cortile per rientrare qualche tempo dopo con nonchalance e, con la scusa di andarla a trovare, beffeggiarsi di lei. Non sarebbe stato come vederle sputare sangue, ma almeno avrebbero trascorso qualche ora divertendosi quel pomeriggio, dato che la mattinata di allenamenti era stata oltremodo pesante.

Anderson si mosse per primo, facendo per tornare dentro; lasciò i suoi compagni fuori e disse loro di aspettare un suo segnale prima di seguirlo. Superò la porta con i battenti di legno che dava nella stanzetta della vigilanza, senza guardare all'interno e il più silenziosamente possibile, quindi si diresse verso le scale sotterranee.
Raggiunto il cunicolo con le celle di isolamento, cominciò ad ispezionarle una ad una, sentendo l'eccitazione scaldargli il collo. Voleva arrivare da lei prima che Orlov e Galkin lo raggiungessero: conosceva quei due e sapeva che non si sarebbero attenuti agli ordini.
Aveva sviluppato una sorta di ossessione per la biondina ed era deciso più che mai ad averla in un modo o nell'altro.
Ciò che più lo irritava era il modo in cui lei gli si rivolgeva. Lo guardava con occhi sprezzanti e pieni di odio e, pur sapendo di meritarlo, lui desiderava ardentemente di sottometterla una buona volta. Lo aveva desiderato dai primissimi istanti in cui quella ragazzina aveva fatto il suo ingresso al Campo quasi tre anni prima.

Aveva potuto sopportare la sua indifferenza e il suo disprezzo, ma non ammetteva che una stupida femmina potesse credersi suo pari. La sufficienza con la quale commentava ogni gesto, la supponenza con cui mostrava le proprie – scarse – doti agli allenamenti e l'aria di sfida che aveva sempre in viso lo mandavano in bestia. Nochnaya Pantera la chiamavano al Campo, a sottolineare la sua agilità e grazia. Tutte stronzate. Non faceva altro che saltare da un albero all'altro come una scimmia ammaestrata. Si sottraeva con troppa faciltà ai suoi avversari e solo per questo motivo negli scontri diretti aveva la meglio. La velocità, si disse. La sua arma è la velocità.

Aveva provato a sabotare il suo primo esame di sbarramento un paio d'anni prima, eppure in qualche modo lei aveva completato il percorso, riuscendo perfino – forse con un colpo di fortuna – ad infilzare un frammento di ghiaccio lungo una trentina di centimetri nell'occhio del suo Custode, togliendolo di mezzo. La vittoria al duello le permise di concludere l'anno da Recluta e cominciare il suo anno da Evanescente. Erano pochi gli allievi a riuscire a terminare le Prove del Gelo al primo tentativo. E lui la odiava anche per questo. Aveva ventinove anni e si trovava in quella prigione del cazzo da quando ne aveva diciassette.

Era esausto e arrabbiato e l'unica cosa che voleva adesso era che lei la smettesse di rivolgergli quegli sguardi insolenti e gli desse la considerazione di cui un Anderson era degno.
Aveva ragionato sul da farsi e l'unico modo possibile era prenderla con la forza. Prima ancora che lei potesse accorgersi della sua presenza, sarebbe entrato nella cella e l'avrebbe messa in ginocchio.
Era arrivato quasi alla fine del corridoio, ma della giovane non vide traccia. Anche l'ultima stanza era vuota. Non riusciva a comprendere, eppure le punizioni venivano scontate dai reclusi solo in quei sotterranei. Aveva visto con i propri occhi le guardie portare via Sveta e assegnarle tre ore di penitenza.

Ritornò sui suoi passi, girò a destra e salì la rampa di scale che lo divideva dalle sentinelle lì appostate. Uno sguardo attraverso le porte di legno e ciò che vi trovò gli fece scattare le antenne.
Gli uomini erano stati messi fuori combattimento. La ragazza doveva essere poco distante, dato che altre vie d'uscita non erano praticabili. Che avesse pensato di attraversare il corridoio disastrato antistante a quello delle celle? Pura follia! Non portava da nessuna parte ed era stato bloccato a causa di un crollo avvenuto cinquant'anni prima o giù di lì.
Doveva essere per forza lì da qualche parte, forse nascosta sotto una branda delle prigioni? Che lo stesse sbeffeggiando da dietro una porta?

Un rumore sordo alle spalle lo informò dell'arrivo dei suoi scagnozzi. I due idioti, come aveva preventivato, non erano stati in grado di aspettare e, come insulse donnicciole in preda alla curiosità, erano dovuti accorrere per vedere.

«Non è qui.» Li anticipò.

«Hai controllato tutte le celle?» Fece Galkin.

«Certo, imbecille. Vuoi ricontrollare per sicurezza?» Rispose ironico Anderson.
Galkin fece spallucce e si avviò verso i sotterranei, probabilmente immaginando che il primo se la fosse fatta sfuggire da sotto al naso solo per mancanza di attenzione. Gli altri due lo seguirono a ruota.

Appena il gruppo svoltò l'angolo, in fondo al corridoio il corpo esile della giovane Sveta era più che visibile, dato che la ragazza continuava ostinatamente a ricoprirsi di bende elastiche bianche al posto delle normali tute grigie da combattimento.
La ragazza non fece in tempo a riaprire la porta della cella, che Anderson in poche falcate la raggiunse bloccandola da dietro con le braccia.

«Che fortuna, capo!» Ghignò estasiato Orlov.

«Ora ci divertiamo...» Si aggiunse contemporaneamente Galkin.

«Fate silenzio, cretini!» Urlò Anderson per spegnere quell'entusiasmo. La sua mente andava veloce come la luce. Rifletteva, cercando di trovare un modo per restare solo con la troietta, ma prima che qualunque idea potesse salire alla superficie della sua coscienza, la voce fredda della ragazza lo smosse da quello stato di trance.

«Cosa c'è Anton, non ricordi più come si tratta una donna?» Lo provocò. «O magari non sai davvero cosa farci con una donna? Povero cucciolo, da quant'è che sei chiuso qui dentro, dodici anni?» Girò la testa verso di lui, per quanto la stretta glielo concedesse, quindi rise.
Anderson la lasciò andare quasi fosse un tizzone ardente. Lei si voltò, era con le spalle al muro, ma non smise di guardarlo. Quegli occhi lo trapassarono da parte a parte facendolo infuriare.

«Forza cucciolo, vieni qui e fammi vedere cosa sai fare.» Si mise in guardia lei, ma Galkin fu più astuto e l'anticipò meschinamente. Si abbassò, fece perno su un solo piede e con la gamba tesa le diede un calcio laterale alle caviglie. Sveta si ritrovò a terra in pochi secondi, esposta e alla completa mercé di quei farabutti.

Orlov fu il primo a colpirla allo stomaco. Le diede un calcio violento che le tolse l'aria dai polmoni. Galkin, che si era rialzato prontamente, non aveva atteso che la bionda riprendesse a respirare, ma l'aveva tirata per la collottola prendendole a pugni il viso. Entrambi ridevano come ebeti e ad ogni cazzotto godevano del dolore inflitto.

Anderson era come pietrificato poco dietro di loro e l'unica cosa che riusciva a vedere erano gli occhi di Sveta fissi su di lui. La giovane donna sopportava ogni colpo e, anche se i suoi denti erano ricoperti di sangue, seguitava a guardarlo e a ridere. Era inquietante e grottesca.
Poi Galkin invitò il suo capo ad imitarlo.

Fu così che Anderson ordinò ai due di farsi da parte e prese a picchiarla sul viso chiudendole gli occhi, sulla bocca cancellando quel sorriso da strega, allo stomaco per impedirle di tenere la testa alzata verso di lui. Poi la prese per i capelli e la trascinò a terra per qualche metro fino a sentire i crampi nelle braccia egli stesso.

«Smettila troia!» Le urlò. «Smettila!»

Sveta era ormai quasi priva di sensi, lui lo sapeva, ma continuava a calciarla sulle cosce e sul ventre senza sosta, come se questo potesse epurarlo, come se la furia brutale scatenatasi su di lei potesse purificare Sveta stessa e renderla umana.
Lei non era umana, lei gli faceva paura, lei aveva qualcosa negli occhi, lei doveva smetterla di guardarlo.

Orlov e Galkin all'improvviso lo presero di peso. Evidentemente continuavano a chiamarlo, ma Anton non sentiva niente, né vedeva altro che non fosse lei.

«Anton dobbiamo andare, ora! Stanno arrivando, presto!» Fece Galkin concitato, ma il loro capo non collaborava. I due lo presero di peso e lo trascinarono via.
L'ultima immagine che Anderson vide fu quella di un volto angelico ormai sfigurato sul quale era impresso un sorriso coraggioso e un paio d'occhi di ghiaccio fieri come la paura e determinati come la morte. 

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lunedì 6 novembre 2017

Legami di sangue

1.6

12 Febbraio 1998 - Giorno 1019

«Cosa cazzo hai combinato, idiota!» Gridò Nina, non appena mi riportarono nel dormitorio.

«Coè esso linguaggo?» Farfugliai a causa degli ematomi che mi ricoprivano il volto.

«Oh, Sveta,» cominciò a piangere, «chi ti ha ridotta in questo stato?» Stringeva i pugni e mostrava i denti, ora arrabbiata. «State lontani, voi!» Si rivolse alle guardie. «Tornate al vostro lavoro, questo è il dormitorio femminile, mi occupo io di lei.» 

Visibilmente scossa, Nina cominciò a mettersi all'opera. Ciò le permise di raccogliere i pensieri e ragionare sul da farsi. I lividi che mi chiudevano gli occhi erano apparsi da poco e bisognava permettere al sangue di sgorgare per far sì che si sgonfiassero.

«Portatemi immediatamente il kit di soccorso!» Urlò alle presenti, le quali però non si mossero di un passo. «Brutte codarde senza fegato!» Inveì, rivolgendosi al gruppo.

Non badò ai convenevoli, estrasse dalla tasca l'unica lama affilata che aveva a disposizione, la mise nel fuoco del camino per il tempo necessario a renderla incandescente, per sterilizzarla. Non appena l'ebbe raffreddata nella tinozza di acqua ghiacciata, corse ai piedi della mia branda e mi tagliò il viso superficialmente in più punti. Il sangue fece il resto: si riversò pulendo i tagli e permise alle mie labbra tumefatte, dopo qualche tempo, di riprendere a muoversi in modo che riuscissi a farmi comprendere. A quel punto Nina poté allontanarsi per andare a recuperare il necessario per medicarmi.

Rientrò nel dormitorio dopo pochi minuti, lanciando sguardi disgustati alle compagne, e con la maestria che le apparteneva disinfettò e ricucì le ferite che avevo sulle braccia e sul torace.
«Sveta, rispondimi. Chi ti ha fatto questo?» Tornò alla carica, non appena terminato il suo lavoro.
Io mi sentivo debole e spossata, avevo un forte dolore all'altezza della pancia a causa dei calci ricevuti, ma non avevo intenzione di mentirle.

«Ho letto le Pergamene Bianche...» sussurrai.

«Tu cosa?» Sgranò gli occhi incredula. «Sei una folle figlia di puttana!» 

«Ehi...» tossii prima di continuare, «da chi hai imparato a parlare così?» 

Nina era evidentemente troppo scioccata per badare alla grottesca ironia con la quale cercavo di mascherare il dolore fisico che provavo in quel momento. Non era nulla di insopportabile, ma sapevo che questa volta si erano spinti oltre, non sarei guarita completamente, il dolore all'addome era troppo acuto per non dargli peso.

«Stai tranquilla, me la caverò,» le dissi, «sono un osso duro e lo sai bene.»

«Hai un ematoma esteso all'addome e sicuramente qualche costola rotta, non starai bene se non permetterai a qualcuno di portarti in un ospedale.» Centrò il punto come faceva di solito, leggendomi dentro, guardandomi negli occhi.

«Sì, va bene,» acconsentii debolmente, «ora però lasciami riposare qualche minuto, ok? Ne ho davvero bisogno.» 

«No, non adesso. Devi rimanere sveglia per il tempo necessario a raccontarmi tutto, Sveta.» La sua voce inflessibile non ammetteva repliche, quindi non mi restò che metterla al corrente di quel che era accaduto.

Ero riuscita a farmi spedire nelle celle oscure per tre ore di isolamento. Non avevo dovuto far altro che rompere il naso a una guardia. Quegli idioti lussuriosi mi ronzavano attorno per quasi tutto il tempo, perciò sapevo che mi avrebbero seguita, se mi fossi addentrata nei corridoi meno frequentati, e che mi avrebbero dato un ottimo pretesto per aggredirli. Così, colta sul fatto, non avevo opposto resistenza e mi ero lasciata rinchiudere per la punizione minima.

Per anni il Maestro Daleko mi aveva parlato di quelle celle, istruendomi al meglio su come evaderne e come, partendo da lì, raggiungere la Sala Esagonale – la "stanza del tesoro" all'interno del Campo – nella quale erano custodite le preziose pergamene della sapienza.
Era stato un gioco da ragazzi. Venivo sottovalutata dall'intero gruppo di sentinelle, perché non avevo mostrato la benché minima dote, se non quella dell'agilità. Aprire la cella fu ironicamente semplice, così come usare Morfej su di loro. L'unica mia riserva di siero, incapsulata in un dente e sprecata per quegli idioti.
Avevo raggiunto la sala in pochi minuti, rendendomi conto con enorme rammarico che nessun controllo impediva ai malintenzionati di prelevare i preziosi documenti. In quella circostanza fu un vantaggio per me, dato che il malintenzionato risultavo essere io.

«Eppure, qualcuno ti ha usata come sacco da boxe.» La voce di Nina si fece aspra.

«Sai già chi è stato.» Alzai gli occhi su di lei con eloquenza. «Era venuto a beffarsi di me e, non trovandomi, ha creduto che lo avessero preso in giro dicendogli del mio isolamento.»

«Quindi Anderson la farà di nuovo franca?» Sibilò Nina con ferocia.

«Ha comunque pensato bene di avvertire le guardie» proseguii, senza rispondere alla sua domanda «e naturalmente le ha trovate addormentate. Ci ha messo poco a fare due più due ed è venuto a cercarmi. Sono stata fortunata, perché nel frattempo ero ritornata nei pressi della mia cella, ma non avevo fatto in tempo a rientrarci. Se Anderson avesse scoperto dove ero stata, sai bene anche tu cosa mi sarebbe toccato. Quindi tutto sommato questi graffietti sono niente.»

«Continua.» Soggiunse implacabile.

«Ehi, ti ho detto tutto, cos'altro vuoi sapere?» Dissi con finta indignazione.

«Voglio sapere perché non ti sei difesa.»

Nina era abbastanza intelligente da capire che non avrei potuto farlo, ma voleva comunque sentirlo dalle mie labbra.

«Nina, sai perché. Non potevo lasciargli capire che avevo letto le Pergamene né mostrare un potere superiore al loro.» Provai a giustificarmi.

«Loro? Ce n'era più di uno?» Era sbalordita della meschinità di alcuni allievi, ma io sapevo che più di ogni altra cosa ciò che la metteva maggiormente a disagio era il fatto che Anton Anderson fosse suo fratello.

«Non è importante quanti fossero, solo che io ne uscissi viva, no? E così è stato, quindi di che ti lamenti?» Tentai di persuaderla dal chiedere altre informazioni.

«Sveta sei molto grave!» Gridò senza mezzi termini, ricominciando a piangere.

«Lo so, ma non tanto da lasciarti qui da sola, stai tranquilla.» Aggiunsi, sperando di calmarla, senza però ottenere risultati.

«Tu sei più di una sorella per me, Sveta. Più di quell'infimo legame di sangue che mi lega ad Anton.» Piangeva senza ritegno, poggiando la testa sull'unica spalla sana che mi era rimasta.

«Lo so, Nina. Ora però ho bisogno che tu faccia una cosa per me.» Sentivo di essere al limite, non riuscivo più a tenere gli occhi aperti.

«Tutto quel che posso, lo farò.» Mi rispose, alzando la testa e guardandomi in viso.

«Chiama... chiama un medico...» dissi quelle ultime parole con un filo di voce, appena prima del buio totale.

lunedì 30 ottobre 2017

Sbarramento

1.5

30 Aprile 1996 - Giorno 365

La notte precedente avevo battuto la testa contro lo spigolo del marciapiede, spaccandomi un labbro. Avevo l'occhio destro tumefatto, tanto da impedirmi la visione dell'emicampo interessato e, a conclusione del quadro, anche una spalla lussata. Nina me l'aveva riportata in asse e fasciata stretta, bloccandomi il braccio destro e fissandomelo al corpo, come le avevo chiesto. Lei era l'unica ad avere un po' di cuore in quel posto schifoso.

Non capivo cosa ci facesse ancora lì e perché non se ne andasse, data la sua condizione di "Pura" – una persona senza alcuna attitudine al combattimento, ma portatrice di grande empatia e valori d'animo positivi. Riscontrate doti di magnanimità e gentilezza in una Recluta, i Freddi Maestri potevano decidere di escluderla dal Campo; Nina aveva infatti ricevuto un attestato di libertà. Lei, a differenza di noialtri, poteva andare via in qualunque momento. Non era nata per scontrarsi con altri esseri umani, nemmeno per insegnare o per diventare come me. Ma aveva talento per la guarigione.

Aveva capito immediatamente che non ero inciampata.

Mi conosceva; tutti mi conoscevano ormai. Mi chiamavano Nochnaya Pantera, la Pantera della Notte, per quanto fossi silenziosa e agile. Non ero caduta, no. La colpa era di Anderson, il Crepuscolare straniero, ammesso al Campo solo perché con una madre di nazionalità russa e infinite risorse economiche.

Il bastardo conosceva la data del mio primo sbarramento ed era venuto a prendermi in branda assieme a Orlov, un Evanescente – un allievo della fase intermedia –, il suo leccapiedi. Il piano era semplice, non dovevano far altro che rapirmi, stordirmi e privarmi delle armi migliori: orientamento, braccio destro e libertà di movimento.

Evidentemente sapevano che avrebbero dovuto utilizzare un preparato soporifero su di me, dato che anche di notte mantenevo alta la guardia. Li aspettavo e mi preparavo da mesi.
Li scorsi nell'oscurità, valutando la stazza minuta di uno e quella goffa dell'altro. Fu la puzza d'aglio di Orlov a rivelarmi le loro identità, prima che potessero iniettarmi il Siero Morfej. Dovevo lasciarli fare, era mio dovere aspettare con pazienza ed accogliere quel che sarebbe avvenuto come la giusta occasione per migliorare me stessa.

I Crepuscolari possedevano accesso alla sapienza di due delle quattro Pergamene Bianche dei Freddi Maestri – "Passaggio della Nebbia" e "Cammino di Rugiada", così venivano chiamate – e, grazie ad esse, la capacità di ammaliare il nemico portandolo all'incoscienza o alla rinascita, a seconda dei percorsi scelti. Non possedendo ancora la conoscenza dei Dark Shadows, non erano equipaggiati per morte e sofferenza tramite la letale "Via di Ghiaccio" o l'infida "Strada dell'Acqua Velenosa". 

Avevano scelto Passaggio della Nebbia, l'incoscienza, la più subdola tra le quattro Pergamene, grazie a cui avevano non solo preparato il siero, ma si erano anche nascosti nella notte per prelevarmi.
Ero stata sedata e malmenata in modo che le mie ferite combaciassero con una evidente caduta incidentale. Per le Reclute era possibile rinviare uno sbarramento solo in caso di menomazioni causate da terzi. Le invalidità nate da cadute o lesioni accidentali non erano valutate come ostative. L'esame infatti ci sarebbe stato per me il 30 aprile, a un anno esatto dal mio ingresso al Campo Speciale di Addestramento.

Il gruppo di ignobili farabutti che non voleva vedermi passare agli Evanescenti mi aveva fatto questo forse per noia, divertimento o invidia, credendo di mettermi fuori combattimento. Io però ero preparata a qualunque evenienza e durante l'anno da Recluta avevo lasciato emergere come dominante il mio emisoma destro, celando la vera natura nel mio talento. In questo modo, se avessero voluto mettermi in difficoltà, avrebbero puntato a quelli che credevano fossero i miei punti forti. Mancina dalla nascita, invece, avevo imparato a gestire la forza di braccia e gambe in modo equilibrato.

Il Maestro Daleko aveva predisposto per me sessioni di allenamento massacranti, grazie alle quali avevo potuto avventurarmi in luoghi della mente sconosciuti, estendere i limiti del mio corpo, superando i livelli base di sofferenza e imparando a chiudere la mente a qualunque cosa non fosse l'obiettivo primario: diventare una Dark Shadow.

Entrai nell'arena bendata dal collo alle caviglie di garze elastiche bianche; Nina aveva fatto un ottimo lavoro cucendomi addosso quella che sembrava una seconda pelle. Avevo il braccio destro piegato ad avvincere il punto vita e fasciato attaccato ad esso: non mi avrebbe dato problemi.  Fu una scena esilarante, soprattutto quando rivolsi ad Anderson e Orlov il mio più determinato sorriso, notando di rimando i loro sguardi assassini.

I Freddi Maestri attendevano sui loro scranni che io cominciassi la Danza del Combattimento, per poi affrontare le Prove del Gelo predisposte per l'esame. Soltanto alla fine avrei combattuto a corpo libero con il mio Custode. Yan Khristoforovič Bykov mi aspettava con una lama all'altro lato dell'arena: niente corpo libero per me, ero preparata anche a questo.

Sotto gli occhi vigili delle guardie, avanzai verso la passerella approntata per le danze. Questa era un'asse flessibile, larga poco più di dieci centimetri e sospesa su una vasca d'acqua. Avrei dovuto saltare fino all'altro capo della stessa, evitando i dardi lanciati da entrambi i lati e seguendo un ritmo prestabilito. Da questa sincronia con le frecce, nasceva il nome di "Danza del Combattimento".
Lo specchio d'acqua era ricoperto da un sottilissimo strato di ghiaccio, la non convenzionale pedana su cui si sarebbero tenute le Prove del Gelo: brevi esercizi da completare a piedi nudi lungo un percorso ad ostacoli, evitando di infrangere la lastra.

Solo al termine avrei potuto veder scivolare via la vita dagli occhi di Yan. L'ultima prova prima di ottenere il titolo di Evanescente.

lunedì 23 ottobre 2017

Libera la mente

1.4

7 Aprile 1996 - Giorno 342

«Rialzati, adesso» disse Yan in un tono gentile, quasi paterno.

Riuscivo a percepire passione in quelle parole, ma anche una oscura ambiguità. Ero certa che da un lato volesse vedermi in piedi, fiera e alla sua altezza, per poter continuare con un elemento in grado di resistere ai suoi attacchi. Dall'altro, però, potevo scorgere la scintilla di sadismo nei suoi occhi. Il desiderio primitivo di punirmi se non fossi riuscita a mantenermi in equilibrio per il tempo necessario al suo divertimento.

«Non vorrai deludermi ancora?» sibilò questa volta, investendomi con una nuova scarica di adrenalina. Avevo già sperimentato la sua cattiveria: non si doveva aspettare o rispondere, ma obbedire immediatamente al comando iniziale, altrimenti sarebbe arrivata la scoccata incandescente della sua spada affilata.

Odiavo quando cominciava l'addestramento con quella; non riuscivo a completare l'intera sessione ed ero a terra nel giro di pochi minuti. Avevo imparato a superare l'esercizio mentenendo una certa freddezza sia quando adoperava la catena con i puntali alle estremità, sia nel corpo libero, anticipando le sue mosse. Ma, ogni volta che si destreggiava con la lama, sapevo di non avere scampo.

Erano passati tre mesi esatti dalla prima volta che aveva adoperato la spada con me, il giorno in cui mi aveva presa in custodia. Era l'inizio di gennaio ed io non mangiavo nulla da 48 ore. Quel giorno non avevo resistito che pochi secondi alle sue stoccate, svenendo nella neve e rischiando di vedermi amputate le dita dei piedi a causa del gelo.

Mi salvai solo grazie a quell'idiota di Kozlov che mi trascinò dentro pochi secondi dopo che ebbi perso i sensi. Le mire di quest'ultimo non erano certo nobili, avrebbe approfittato di me anche se fossi stata morta, ma evidentemente l'idea di scoparsi un corpo ancora caldo era più allettante. Rinvenni nel momento esatto in cui quel grassone fece cadere a terra i pantaloni. Non feci in tempo che ad alzare il ginocchio destro, armandomi del coltello da caviglia, che lui si accasciò su di me. Godendo dell'atto per pochi istanti, si rese conto troppo tardi che l'avevo infilzato alla gola.
Il ricordo mi rianimò d'ira, come fosse una scossa elettrica.

Aprii gli occhi.

Non avevo scuse. Avevo mangiato la mia sbobba e non c'era più quel freddo innaturale ad attanagliarmi le viscere. Yan non era che uno dei tanti, me la sarei cavata, decisi.
Credeva forse che usando la spada mi avrebbe dimostrato che non ero in grado di completare i tre anni di addestramento? Si sbagliava di grosso. Ci voleva più di qualche taglietto per dissuadermi dal proposito assassino di diventare una Dark Shadow – la figura di maggior rilievo all'interno del Campo, nonché unica possibilità di uscirne – e glielo avrei dimostrato.

Non avevo intenzione di sottovalutarlo, comunque. Yan Khristoforovič Bykov era tanto cinico, quanto ostinato a distruggere il proprio avversario. Lo spadaccino più abile e spietato del campo addestramento; quando aveva quell'arma in mano era pressoché imbattibile anche per i Crepuscolari – allievi all'ultimo step, in procinto di tentare il salto verso le Ombre Oscure. Io, poi, ero ancora soltanto una Recluta e con me si stava divertendo come un folle, lo scorgevo dai sorrisi agghiaccianti che mi riservava ogni volta che riusciva a lacerarmi la carne.

In quel momento, più o meno a metà dell'allenamento, masticavo polvere e avevo le labbra congestionate dal dolore, le braccia e le gambe graffiate e pesanti, la tuta era ridotta in brandelli ed ero completamente zuppa di sudore. Sentivo l'odore metallico del mio sangue sul tappeto, misto a quello acre dei suoi stivali di cuoio imbrattati di sterco; doveva aver attraversato il campo pratica dei purosangue a piedi, poco prima di cominciare con me. Lo aveva fatto di proposito, così da raggiungermi e finirmi con un calcio ben assestato nello stomaco. Poi mi avrebbe sbeffeggiata e abbinata ad una merda di cavallo.
Questa consapevolezza mi fece sorridere, la sua prevedibilità mi illuminò. Sarei riuscita a far fuori quello stronzo non appena ne avrei trovato l'occasione, l'unica cosa da fare adesso era rimettermi in piedi.

Puntai le mani sul pavimento sintetico e facendo forza nelle braccia mi tirai su. I capelli mi scivolarono davanti alla faccia non appena alzai la testa per cercare il mio avversario. Mi sentivo debole, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso quell'ondata di ironia che mi aveva travolta. Lui si accorse del suono prodotto dalla mia gola, ma evidentemente non aveva inteso il senso di quella vibrazione gutturale. Legai i capelli con un nodo e mostrai il sorriso deciso che mi era apparso sul viso, notando per la prima volta lo stupore nei suoi occhi.

«Sono pronta» dissi beffarda. Non avevo paura, mi sarebbe bastato studiare il suo schema. Ne aveva numerosi, pensandoci, ma ero certa che la sua banalità lo avrebbe presto tradito.

«Ne sono felice, Recluta,» mi derise,  sottolineando quell'appellativo in modo dispregiativo «ancora cinque secondi e ti avrei dato il colpo di grazia» si leccò le labbra in modo disgustoso.
Non risposi, ma questa volta mi limitai ad osservarlo. Tremava impercettibilmente a causa dell'euforia e l'indice della mano sinistra scattava irrequieto a intervalli regolari, come quando sapeva che stavo per superare l'esercizio a corpo libero. Aveva capito qualcosa, ma con mia somma gioia non sapeva ancora cosa.

Libera la mente, pensai, consapevole che quella partita sarebbe terminata in mio favore per knock out.