lunedì 16 ottobre 2017

Nina

3.

29 Giugno 1995 - Giorno 60

«Non sono una bambina, lasciami perdere.»
 
«So che non sei una bambina e proprio per questo ora devi stare ferma.»

«Ferma un corno, posso fare da sola!»

«No, non puoi farlo da sola, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a pulire e cucire quella ferita.»

«Dannazione! Fai in fretta, allora.»

«Se la smettessi di parlare, potrei lavorare in santa pace.»

«Mpf!»

«Questo è il modo più gentile che hai per ringraziarmi?»

«Non ti ho chiesto niente, hai scelto tu di aiutarmi.»

«Certo! Stavi per ricucirti un taglio da sola sulla spalla senza nemmeno uno specchio. Ti sarebbe rimasta una cicatrice mostruosa.»

«Non mi interessano queste stronzate.»

«Bene! Dato che non ti interessa, non cambierà nulla lasciarlo fare a me, ti pare?»

«Se proprio ci tieni... ma non aspettarti qualcosa in cambio, io non sono quel tipo di persona. Dovrai vedertela da sola con "Irina la gigantessa idiota"!»

«Non preoccuparti, Irina ha bisogno di me quando non può medicarsi da sola e non si fida delle altre. Nessuno mi ha mai dato fastidio e tu sei l'unica che fa storie in mia presenza.»

«Mpf!»

«Vedi? Non è tanto difficile andare d'accordo...»

«...»

«Sei sempre stata di poche parole, da quando sei entrata in quel modo tanto teatrale.»

«Teatrale? Sono stata aggredita, mi sono soltanto difesa!»

«Sveta, abbiamo visto tutte come è andata e Irina se l'è proprio meritato, solo che...»

«Solo che?»

«Alcune pensano che tu possa essere pericolosa.»

«Beh, è vero. Lo sono. Che si facessero da parte.»

«Non vogliono il tuo posto, solo essere lasciate in pace... e semplicemente credono che tu possa essere violenta con qualcuna di loro se le cose dovessero mettersi male.»

«Non toccherò le ragazze, purché non mi mettano i bastoni tra le ruote. Ho intenzione di rimanere in questo posto tre anni, non un giorno di più.»

«Nessuno è mai riuscito a completare il percorso in tre anni netti, lo sai bene anche tu. Quelle che hai sentito sono soltanto menzogne.»

«Ti sbagli, io lo so.»

«E come fai a saperlo?»

«Ahi!»

«Scusa! Era un punto particolarmente difficile... ecco tieni, stringi questo tra i denti.»

«Un calzino?»

«Non fare la schizzinosa, non c'è altro e poi ho bisogno di andare in profondità con l'ago. Al mio tre... uno... due... tre!»

«Caffo

«"Caffo"? Dovrò metterti calzini tra i denti più spesso, se riescono a pulire quella bocca dalle volgarità!»

«Fanculo il calzino. Finisci, non voglio perdere altro tempo.»

«Allora? Come fai a sapere che non sono bugie, quelle sul percorso netto?»

«Lo so e basta.»

«Puoi parlare con me. Io non ti tradirò, sono una persona d'onore.»

«Sì certo, così disse Bruto a Cesare.»

«Diamine, Sveta! Sono settimane che sei qui dentro e non hai capito nulla delle persone che hai intorno?»

«Ho capito moltissimo, invece. Prendi Irina, ad esempio. Fa la bulla solo perché ha una fottutissima paura di non uscire viva da qui. Vogliamo parlare di Tania e Yelena? Sono opportuniste e alla prima occasione sgozzeranno la rossa nel sonno. Poi c'è la tua adorata Magda, la più stupida che abbia incontrato finora; non riuscirebbe a tenere la bocca chiusa nemmeno se la si minacciasse di morte. Mpf!»

«E di me? Cosa hai capito di me?»

«Che sei un'ingenua... e non so ancora cosa diavolo tu ci faccia qui, Nina. Ti farai ammazzare e io non potrò farci nulla...»

«Ti preoccupi per me?»

«Ehi, cosa hai capito? Io... tu... sei una dannata idiota! Hai finito con quell'ago, perdìo?»

«No, quindi stai ferma. Dopo dovrò medicarti. Ti piace batterti, vedo. Beh, le conseguenze sono queste, non lamentarti!»

«È stato quel coglione di Anderson. Voleva che gli baciassi lo stivale, solo perché una Recluta e lui un Crepuscolare del cazzo. Beh, l'ho sputato in faccia e mandato a farsi fottere!»

«Santo cielo, Sveta! Chi t'ha insegnato ad esprimerti così? Sei una ragazza!»

«Ragazza? Dove credi di essere Nina, alla corte di Versailles? Siamo entrate qui dentro per diventare guerriere addestrate a combattere e uccidere, lo sai questo? E tu pensi al mio lessico? Certo, hai qualche rotella fuori posto!»

«Lo so dove siamo. Io non volevo dire questo, io... io credo che così possa bastare. Puoi medicarti da sola.»

«Ehi, aspetta! Ho solo detto la verità. Puoi mica biasimarmi per questo? E poi, per piacere, ho il polso anchilosato, non riesco a fare da sola...»

«Mhm... sì, va bene. Faccio io.»

«Sei troppo buona, Nina. Cosa ci fai in questo posto di merda?»

«Quando parli con me, ti prego di evitare questo linguaggio. Non posso sopportarlo, io ho bisogno di parlare con qualcuno che mi risponda in modo civile, in modo... pulito... io, io non lo so. Per favore, smetti di usare questi termini, ok?»

«Se ti infastidisce a tal punto, smetterò di farlo... va bene, te lo prometto. Ora ti va di dirmi come mai sei in questo Campo di Addestramento?»

«Io non l'ho scelto. Mi ci ha mandato mio padre, dopo... dopo avermi vista con qualcuno. E, ecco, non ci ha visto più, non voleva che io diventassi una insulsa donnetta e così, contro la volontà di mia madre, mi ha mandata in questo posto. Io studiavo per diventare una pianista, sai? Ero molto brava e avevo molti ammiratori...»

«Sarà per questo motivo che riesci a curare tutte noi, qui dentro. Hai le mani molto delicate.»

«Oh, grazie. Credo sia il primo complimento che ricevo da te... o meglio, credo che questo sia il primo complimento che ti sento fare in assoluto.»

«Non abituartici. Non sono un'insulsa donnicciola.»

«No, non ho detto questo. Io non penso che tu sia una donnicciola, una debole, credo solo che tu non voglia legarti a qualcuno per paura di non riuscire a proteggerlo e quindi di perderlo.»

«Non sai nulla di me... non so se sia come dici, è che non sono abituata a queste cose tra "ragazze". Io non sono abituata alle persone. Io sono nata e cresciuta da sola, con il mio Maestro, con il mio silenzio.»

«Beh, nemmeno io so cosa siano le cose tra ragazze, ma so di non sbagliare su di te.»

«Uhu?»

«Non mi hai mai fatto paura. So che in fondo sei una brava persona.»

«Nina, ascolta, è meglio se mi stai alla larga. Nessuno sarà clemente con te se comincerai a frequentarmi.»

«Non oserebbero! Io sono una risorsa per chiunque, qui dentro!»

«Credi a me, quando vorranno farmi del male - e lo vorranno fortemente, a un certo punto - arriveranno ad usare anche te per i loro scopi. Perciò tieniti lontana... e poi saresti soltanto un pensiero in più per me. E io non posso permettermelo!»

«Quanta boria! Chi ti credi di essere, eh? Non ti starò vicina se non per ricucirti pezzi di pelle e solo perché me lo dice il mio animo, non certo per te, che hai un carattere così... così... schifoso e... accidenti a te!»

«Dobbiamo lavorare sulla forma... in questi casi si dice "Vaf-fan-cu-lo Sve-ta!", ok?»

«Già! Te lo meriteresti, idiota che non sei altro! Comunque ho finito, puoi andare a romperti qualcos'altro.»

«Ah, oh... beh, grazie Nina. Non lo dimenticherò. Anche tu non sei male, dopotutto.»

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lunedì 9 ottobre 2017

Daleko, il Maestro

2.

31 Marzo 1995

«Sono molto deluso! Comincia da capo e termina l'esercizio come ti ho insegnato.»

Il Maestro Daleko aveva i suoi metodi. Non urlava, il tono della sua voce era sempre basso, tanto che, se ero affannata e il mio battito aumentava, dovevo cercare di placarne la frequenza in modo da non sentire il martellante palpito del cuore nelle orecchie e non perdere una sola parola che mi veniva rivolta. Che fosse soddisfatto dei miei progressi o contrariato per i fallimenti accumulati, la sua voce disincarnata trasmetteva la medesima neutralità. Ciò che cambiava era la stoccata del suo bastone. Sulle spalle per esprimere compiacimento, sul retro delle caviglie per comunicare disappunto, sulle reni per punire.

La dose di dolore impartita era necessaria alla mia crescita. Mi aveva insegnato che questa era l'unica strada per diventare un maestro a mia volta. Io dovevo accogliere il dolore per capire a fondo tutti coloro cui ne avrei inferto: solo così avrei saputo dosarlo e adoperarlo a mio vantaggio. Era necessario che io assaporassi ogni graffio, bramassi ogni livido, accettassi ogni scottatura per imparare a non averne mai timore. "Il corpo è una macchina perfetta, sa come curarsi," mi diceva "è importante affidarsi ad esso e al potere della mente".

«Puoi indossare i pesi e andare a correre,» soggiunse il Maestro dopo pochi istanti, prima che io cominciassi da capo il percorso «il cielo minaccia pioggia: nulla di meglio per riflettere. E tu ne hai bisogno, Sveta. Mancano trenta giorni al tuo ingresso al Campo di Addestramento e per allora dovrai essere preparata ad ogni evenienza» mi disse, dopo avermi dato tre colpi ravvicinati sulla bassa schiena.

Feci fatica a partire, ma raggiunta la cassa dei pesi di sabbia, indossai quelli da caviglie, da polsi e spalle - questi ultimi somigliavano ad una imbracatura da infilare come una maglia. Composti da materiali molto resistenti, erano riempiti di una polvere porosa contenuta in una fibra elasticizzata assorbente. Pregni d'acqua acquisivano volume e carico, superando di dieci volte il loro peso iniziale. Correre sotto la pioggia diventava una prova estremamente sgradevole, soprattutto quando i muscoli erano già stati sotto sforzo e i crampi potevano ostacolare l'esercizio. Meritavo quel trattamento perché non ero stata in grado di portare a termine l'ultimo allenamento alla perfezione.

Il Maestro Daleko era stato molto chiaro, preparandomi al Campo di Addestramento: dovevo seguire il percorso che lui aveva scritto per me, superare i tre anni senza mostrare talenti superiori alla norma, diventare Prima Dark Shadow, possedere il potere delle Pergamene e distruggerle non appena ne avrei carpito ogni segreto. Quel che lui non poteva insegnarmi era l'accesso alle Pergamene Nere. Una volta dentro, avrei dovuto farcela da sola.

20 Aprile 1995

«Con me, Sveta.»

Il Maestro era venuto a svegliarmi, soddisfatto di denotare il mio stato di allerta anche durante la notte. Mi alzai, tirando via distrattamente il mantello dal gancio alla parete e poggiandomelo sulle spalle. Non sapevo che ore fossero, né me ne curavo; la cosa fondamentale in quel momento era riscuotere i miei sensi e stare ben attenta a ciò che avrei visto e udito da lì a pochi minuti.
La strada fu breve; attraversammo il giardino che non c'era ancora luce, ma una sottile bruma aleggiava tra siepi e vasi di terracotta, nascondendo il selciato. Ci dirigemmo verso l'edificio antico, nello studio sotterraneo situato sotto le fondamenta dell'unica torre eretta su quella proprietà. Una vedetta probabilmente edificata durante la guerra. L'ufficio aveva pareti circolari di pietra e puzzava di muffa e libri.

«Dietro di me, prego» disse, indicandomi l'ingresso a porta normanna nel quale subito dopo si era infilato elegantemente. Lo seguii con deliberata lentezza, fotografando con la mente ogni cosa. Possedevo questo dono, ma non lo avevo mai condiviso con nessuno.
Era comparso più o meno verso i 7 anni, quando avevo potuto toccare un libro, tenendolo tra le mani per la prima volta. Mi accorsi di riuscire ad immagazzinare l'immagine che avevo visto e, qualche tempo dopo, quando il Maestro mi insegnò a leggere, capii di poter ricordare tutto dopo averlo scorso con gli occhi una sola volta. Memoria fotografica: una dote estremamente rara tra i Guerrieri della Neve, per non parlare di una comune reietta, orfana di genitori e ceduta quale merce di scambio come me.

Eppure, il primo comandamento del mio mentore era stato di imparare a dissimulare. Così feci anche nei suoi riguardi; questa informazione apparteneva soltanto a me.
Spostò l'imponente tavolo centrale, apparentemente senza difficoltà, quindi alzò il tappeto lurido che copriva il pavimento di roccia in quel punto, scoprendo una botola. L'aprì e questa volta mi invitò ad entrare per prima. Non esitai, mi infilai senza remore nel pavimento, tuffandomi nel buio umido di quella che sembrava una vera e propria caverna.
Improvvisamente la botola si chiuse e mi bloccai per un attimo, in attesa, sgranando gli occhi al massimo per carpire i più piccoli segnali luminosi che potessero tagliare quella densa oscurità.

«Prosegui, Sveta» sibilò il Maestro, che evidentemente era entrato dopo di me, chiudendosi il passaggio alle spalle.

«Maestro, non vedo...» dissi esitante.

«Dunque, inciamperai, ma ciò non deve fermare il tuo cammino» e, così dicendo, mi diede una potente sferzata alle caviglie. Ruzzolai giù per qualche metro, perdendo il mantello, quando decisi di far leva sulle braccia, accompagnando i movimenti goffi provocati dalla caduta e adeguandoli alla superficie sotto di me. Erano gradoni di una scala a chiocciola.
Chiusi gli occhi e seguii con la mente il percorso che girava in senso orario. Al termine della scalinata non seppi frenarmi a causa della forza di gravità e sbattei con forza contro un possente portone di legno, scorticandomi le nocche, i gomiti e una guancia.

Il Maestro mi raggiunse in pochi passi dando fuoco ad una fiaccola che illuminò il passaggio. Mi porse il mantello, che accettai di buon grado rialzandomi in fretta, e prese una enorme chiave di metallo dalla tasca, apprestandosi ad aprire la porta sulla quale poco prima avevo lasciato piccole macchie del mio sangue.
 Tre giri nella toppa e la porta di aprì. Strizzai gli occhi per adeguare la vista alla poca luce e mi accorsi con stupore di essere in una specie di laboratorio. La stanza aveva pareti di metallo e il tutto dava una sensazione di asettica estraneità, come se non ci fosse mai entrata anima viva prima.

«Mancano dieci giorni al tuo ingresso al Campo e tu non sei del tutto preparata» parlava tastando boccette di vetro e spostando oggetti dai ripiani, lanciando di quando in quando lo sguardo a un libro consunto. «Accomodati sulla poltrona in centro stanza, Sveta» mi disse alla fine, prima di voltarsi verso di me.
Io feci ciò che mi disse senza alcun timore.

«Adesso scaverò nei tuoi molari quasi fino alla radice, in modo da ottenere delle piccole cavità in cui inserirò quattro capsule di siero, una per ogni Pergamena. Potrai utilizzare queste armi soltanto una volta, quindi scegli con perizia i momenti adatti» concluse con parsimonia di parole.
Non aggiunse altro fino alla fine della piccola operazione, al termine della quale sarei stata definitivamente pronta.

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lunedì 2 ottobre 2017

Io sono Sveta

1.

30 Aprile 1995 - Giorno 0

«Mi chiamo Sveta» Aleksàndrovna Kustazova – declamai a mente con scherno – o, almeno, questo sarebbe dovuto essere il mio nome completo ma, in quanto figlia illegittima, non avevo acquisito altro che un appellativo.
«Solo Sveta», ripetei più a me stessa che all'uomo che stava compilando il mio fascicolo. Non era necessario fornire ulteriori dati anagrafici, le reclute del primo anno ricevevano un numero con il quale sarebbero state identificate all'interno del Campo.
Il mio corrispondeva al 999. Che fossi la novecentonovantanovesima vittima di quel luogo dimenticato da Dio?

«Non hai un cognome, né un patronimico,» sogghignò l'individuo «una cagna bastarda, eh?» disse, ridendo della propria battuta.

«Non so chi sia mia madre, mio padre è morto,» sapevo di essere stata ceduta al Maestro Daleko, Colui che guarda lontano. Egli mi aveva presa e addestrata guerriera, non appena avevo potuto muovere i primi passi da sola «ma so di essere all'altezza di questo Campo» lo sfidai a rispondere.

«Conosci almeno la tua data di nascita, "Sua Altezza all'altezza del Campo"?» mi derise.

«Sono nata nell'anno del Signore 1978, il 30 di aprile. Accedo all'addestramento al compimento del mio diciassettesimo anno di vita, in quanto protetta del Maestro Daleko, ora mio mentore e padre» conclusi, sperando che l'inutile interrogatorio fosse finito.
L'uomo di mezza età aveva la barba sfatta e un mozzicone di sigaretta stretto tra i denti gialli. Aveva dita tozze e unghie nere, i movimenti lenti di chi non ha preoccupazioni. Si tolse il filtro dalla bocca e con un sonoro risucchio, un rumore nauseabondo, tirò su dai bronchi i muchi giallastri di catarro. Mi accorsi del colore, guardandolo sputare in un angolo del pavimento alla sua sinistra. Quell'immagine mi sarebbe rimasta impressa nella memoria per tutta la vita, pensai con amarezza.
Dopo aver terminato di scrivere, mi rivolse un sorriso malizioso incontrando il mio sguardo disgustato e per nulla intimorito. Con un cenno mi indicò il corridoio a destra e, quando fece per avviarsi, sentii il suo olezzo riempirmi le narici dandomi il voltastomaco. Aveva capelli color cenere che gli cadevano unti sulle tempie e l'andamento incerto del bevitore. Dopo qualche minuto si fermò, indicandomi le porte di vetro e metallo dietro le quali avrei presumibilmente trovato il dormitorio femminile. Si scostò di lato per lasciarmi passare, come ad indicare la sua area di pertinenza.
Dandogli le spalle, spinsi forte la maniglia sentendomi acchiappare una natica dall'uomo che ora rideva lussurioso, compiaciuto del suo gesto.
Non ebbi reazioni, non dovevo averne - non ancora - e probabilmente in questo modo avrei dato modo a quel rozzo puzzolente di credere di avere via libera su di me. Era proprio ciò che volevo pensasse. Le guardie non accoglievano le Reclute femmine di buon grado, eppure qualcosa mi diceva che non avrei faticato a ottenere informazioni da ognuno di loro, se avessi fatto la brava.
Mi chiusi la porta alle spalle senza voltarmi. 

«Ehi, biondina» mi fece una ragazzona coi capelli rossi seduta su una sedia in bilico «chi cazzo sei?» disse, portando la sedia in piano. Un modo tanto plateale di porsi e parlare mi fece rizzare le antenne. Quella, pensai, doveva essere una povera diavola costretta a dimostrare costantemente la propria autorità. Voleva mettere le cose in chiaro fin da subito.
Mi feci cauta, sapendo che il mio carattere per nulla conciliante sarebbe stato messo a dura prova.

«Una che non vuole guai» la sfidai con lo sguardo. Appena mi aveva visto entrare si era alzata venendomi incontro, sicuramente non per darmi il suo più cordiale benvenuto.

«E non ne avrai, se farai la brava, non è vero ragazze?» si rivolse a un gruppetto di giovani alle sue spalle, evidentemente intimorite da quello che sembrava volere mostrare a tutti i costi di essere il capo.

«Io sono buona con chi lo è con me!» risposi, solo per provocare.

«E se chi ti sta di fronte fa il cattivo, cosa gli fai, la bua? Con queste braccine magre che ti ritrovi?» la sua risata chioccia risuonò nella stanza, suscitando sarsa ilarità tra le compagne. La rossa si voltò verso di loro, che presero a ridere forzatamente solo per compiacerla.

«Ripeto, non voglio guai, soltanto prendere la mia branda. Non darò fastidio a nessuna di voi. Siamo compagne, dopotutto...» dovetti suscitare parecchia rabbia, perché al termine di quella frase mi arrivò inaspettato un pugno nello stomaco che mi tolse il fiato provocandomi un conato.

«Una mia compagna, eh?» mi sputò addosso «Chi cazzo sei per dirlo? Io e te non saremo mai compagne, piuttosto avversarie» mi guardò con aria truce, quasi le avessi fatto uno sgarro imperdonabile.
Mi alzai con fatica anche se non ero nuova a quel dolore. Lo avevo accettato e nessuno avrebbe potuto ferirmi sul serio. Ricambiai il suo sguardo con un sorriso al sapore di sangue, quindi indietreggiai per uscire dal suo campo d'azione, notando di avere di nuovo la porta alle spalle. Se ne accorse e con un passo si fece di nuovo vicina.

«Cos'è? Hai paura, adesso?» mi ghignò sul viso a bassa voce, in modo che potessi sentirla soltanto io.
Mi pulii la bocca con la manica e le mostrai i denti con finta gioia «Non ho paura, è che non ho voglia di insudiciarmi di nuovo gli abiti con i tuoi umori» e prima che potesse capire ciò che le avevo detto e provare a pestarmi di nuovo, la spinsi poggiando le mani sulle sue spalle e issandomi per saltare all'indietro. La tipa non parve prenderla bene e con evidente rabbia, dopo quell'attimo di smarrimento in cui aveva indietreggiato, fece per caricare verso di me. Usai la porta come sponda e le diedi un calcio a gambe tese sul petto facendola rovinare a terra malamente, impedendole di mettere in pratica quel che aveva in mente fin dall'inizio: ridurmi in poltiglia, probabilmente!
Un sussulto agitato si levò dal gruppo di ragazze che era rimasto a guardare. Osservandole meglio, mi accorsi che molte di loro avevano tagli, lividi e graffi sparsi in varie parti del corpo che cercavano di nascondere con bende e abiti. Provai gran pena per il loro timore e convenni con me stessa che quelle non erano affatto Reclute pronte a diventare Dark Shadow, nemmeno la giovane che avevo steso lo era.
Mi accorsi che quest'ultima aveva ripreso a respirare e provava a rimettersi in piedi. La bloccai a terra poggiandole un piede su una spalla, issandomi su di lei fino a posare anche l'altro sulla spalla rimanente. Fu probabilmente lo shock ad impedirle di scaraventarmi a terra, dato che mi guardava con occhi sgranati pieni del più sincero sconcerto.
Mi abbassai fino a raggiungere il suo volto, le adagiai due dita alla base del collo, «Io sono Sveta» dissi, quindi pressai i punti giusti e la rossa perse conoscenza.

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lunedì 25 settembre 2017

Prologo

"La Storia è la più generosa tra i Maestri di vita.
Regala tutto di sé, lasciando ai posteri non solo ciò che fu scritto,
ma anche ciò che fu tramandato a voce.
La sua eredità è un tesoro di inestimabile valore".

Si narra che, al tramontare del primo conflitto mondiale, il giovane principe russo Pavlov Ivanovich Kustazov fuggì dal proprio Paese, dopo essere stato esiliato a causa della faziosità della sua famiglia. Nonostante egli avesse da sempre mostrato neutralità e si fosse guadagnato la benevolenza della maggior parte degli uomini politici del momento, subì di riflesso l'ostilità che lo Stato aveva covato nei confronti dei suoi genitori. Nel 1918 Ivan Gregorovich Kustazov, suo padre, cadde per mano del Governo assieme a sua moglie e la figlia più piccola.

Unico membro rimasto in vita di quella dinastia, Pavlov tentò una via sicura attraversando la Norvegia e trovò asilo in Belgio, per poi recuperare conforto e un nuovo futuro in Italia.
Fu costretto a vendere gli antichi tesori dei suoi antenati o, almeno, quelli che riuscì a trafugare poco prima di mettersi alle spalle la Russia.
Comprarsi un nuovo inizio, però, non risultò più semplice che mascherare la propria identità. All'epoca dei fatti e accettando di sacrificare anche la dignità, si denudò d'ogni bene, ma non riuscì a separarsi dallo Zaffiro della Notte.

Famosa per avere attraversato secoli, continenti e nobili casate, la pietra aveva il colore del mare in tempesta, era grande quanto una ciliegia e altrettanto affascinante. La leggenda voleva fosse stata scoperta in un antico villaggio africano più di millecinquecento anni prima e che per decenni fosse appartenuta ancora grezza ad un'unica sciamana: colei che vi impresse la propria anima all'interno.
In epoca medievale se ne persero le tracce, quando riapparve in un famoso quadro rinascimentale al collo esile di una dama francese. Da allora, la scia di bieco potere che l'aveva accompagnata fu raccontata a voce dai sopravvissuti. Essa era pari soltanto ai solchi di profondo cambiamento tracciati dagli uomini che ne avevano posseduto l'influsso. 

Tramandata in linea di sangue, si diceva fosse foriera di luce e prosperità; sottratta al proprietario con la forza, sarebbe divenuta portatrice di violenza e crudeltà.
Attorno alla seconda metà dell'Ottocento, ormai tagliata e dalla forma ottagonale, la gemma fu donata alla famiglia Kustazov da un Re francese, come pegno di mantenuta pace tra i due Paesi, e perse in quell'istante ciò che si riteneva fosse il suo potere.
Prelevata dal principe Pavlov prima dell'esilio, per mantenerne la linea di sangue, egli la incastonò tra bianchi e luminosi diamanti; permise al metallo più pregiato di abbracciarla e la rese un anello perfetto, adatto soltanto a una regina.

Qualche anno più tardi, tornato in Russia solo e senza eredi, incrociò il cammino di una dama dalla pelle del colore del caramello e due gioielli al posto degli occhi. Ammaliato da cotanta bellezza, ardore nelle movenze, fascino nel carattere e leggiadria di voce e pensieri, il principe volle donarle l'inestimabile capolavoro. Dimentico d'ogni altra premura e in cambio di una sola notte, si privò dello zaffiro. 

La donna che gli aveva rubato il senno si distingueva per beltà ed eleganza anche se, in punto di morte, il principe ne avrebbe ricordato soltanto gli occhi. Affilati e di un prepotente celeste cristallo.
Dalla loro unione nel 1950 nacque un bambino, la cui discendenza avrebbe cambiato le sorti di un intero Paese.

La gemma giace languida al dito dell'unica donna che deciderà il destino dell'uomo.

venerdì 22 settembre 2017

Nina - Premessa

Eccomi qui, come avevo anticipato.
Questa, come da titolo, è soltanto una premessa o un'introduzione, che dir si voglia, a ciò che pubblicherò nelle prossime settimane. Una storia nata un po' per gioco e a corollario di un racconto più ampio che invece mi piacerebbe pubblicare "alla vecchia maniera". Come però sappiamo, nella vita non si può avere tutto e i mezzi che il nuovo millennio ci mette a disposizione sono questi. Va da sé che bisognerà adattarcisi!
Detto questo, il genere nel quale è inquadrato "Nina" (il titolo di questo "libro") è quello dell'Action.  Insomma se vi aspettate di leggere storie d'amore, tragici spappolamenti di cuore o erotiche dimostrazioni di doppio salto carpiato, siete nel posto sbagliato! XD
Non sono capace di scriver quelle cose e, in realtà, non è che sia capace di scrivere altro, ma quantomeno in questo ambito ci ho provato!

Racconterò una storia che nasce durante i primi anni del Novecento e che toccherà (anche se solo per brevi episodi) tutto il secolo, fino ai giorni nostri. Quindi in realtà potrei anche inquadrarla nel Romanzo Storico, ma non mi sento davvero all'altezza del genere.
Sento di voler rimanere con i piedi assolutamente per terra, perché avendo già pubblicato altrove questa storia (con uno pseudonimo - tale Mia Romi - sì, sono io) e ricevuto buoni consensi, devo però anche ammettere, ad onor del vero, di aver ricevuto pessime recensioni da "amici di amici" che non avevano idea che dietro quel nick name ci fossi io.

Ecco, voi siete il primo pubblico che mi conosce, che sa chi sono e (chi più, chi meno) conosce la mia storia pregressa, la mia vita, le mie esperienze. 
Chiunque vorrà dare una possibilità a questa storia mi farà più che felice, tutti coloro che vorranno segnalarmi critiche e appunti mi renderanno un grande favore. Solo in questo modo potrò migliorare e cercare di capire cosa c'è che va o che non va.

Pubblicherò una parte a settimana, il lunedì mattina, sperando di non stancarvi e provando a farvi innamorare di ogni personaggio costruito, così come io stessa sono riuscita ad affezionarmici.
Che altro dire, niente, vi lascio la copertina (modificata con il mio nome, anziché con lo pseudonimo) e vi aspetto lunedì 25 settembre per il "Prologo".

Buon week end a tutti voi!




lunedì 18 settembre 2017

Chiedere di esistere

Un anno intero dall'ultima volta che ho messo piede qui, in questa casetta.
Un anno intero volato via in un batter di ciglia e che non ha permesso altro, che una mera constatazione del fatto. Ho un anno di più e in più ho anche qualche consapevolezza; ho trovato nuovi amici e mi sono buttata a capofitto in nuove esperienze. Ho spesso sbagliato strada, ma quella maestra non l'ho mai persa di vista.

E così eccomi qui.
Ritornata.
Quasi sul serio, lo giuro.
D'altronde questa è casa mia e continuavo a domandarmi come mai la mia "nuova vita" non dovesse essere condivisa anche con chi ne ha fatto parte per tanti anni.

Ho cominciato a scrivere.
Ecco, l'ho detto. Per davvero, intendo. Vorrei poter far questo nella vita: scrivere e riuscire a regalare qualcosa di mio al futuro, a tutto quel che ci sarà dopo di me. E così, qualche tempo fa, ho provato a lanciarmi in questa nuova esperienza, immaginandomi capace e volendoci credere.

Mentre tessevo la tela di quel che sarebbe stata una storia importante, la mia storia principale, mi sono accorta di quanto uno dei miei personaggi "secondari" premesse per farsi spazio. Voleva che io scrivessi solo di lei!

Ma insomma! le ho detto Non sei uno dei protagonisti, cerca di restare calma, ok? Penserò io a qualcosa!

Non sono stata io, è stata lei a chiedermi di darle una opportunità. Mi ha chiesto di divulgare la sua storia, di parlare della sua vita, di raccontare il suo passato e di come sia diventata la donna che è oggi. Un personaggio in cerca di storia, insomma.
Ho dovuto cedere e le ho promesso che avrei pubblicato uno spin off su di lei. Completo e dettagliato, così da renderle la giustizia che merita.

E in tutto questo voi, che mi siete mancati proprio tanto, le darete una possibilità?

lunedì 12 settembre 2016

Quel senso di...

Ce le hai presenti le torri?
No, non mi riferisco ai "serpentoni". Quelli che a velocità supersonica ti annichiliscono lasciandoti appeso a una seggiolina, gambe all'aria.
Nemmeno mi riferisco all'enorme frullatore bianco che d'improvviso ti fa roteare, mentre la forza centrifuga impedisce di tenere la testa diritta che è irrimediabilmente schiacciata sullo scomodissimo poggiatesta.
Non parlo della serenità della ruota lenta, che vertiginosamente ti porta su e poi scende con altrettanta flemma, lasciandoti godere il panorama.

È proprio quella sensazione di fitta nello stomaco, di cui parlo. Quel magone da mancanza di gravità, quello strattone che senti all'ombelico che ti tira via come fossi attaccato ad un elastico. Eppure è dolciastro ed euforicamente piacevole. È la salita della torre, l'ascesa verso l'arietta più fresca e densa, che una volta su ti lascia godere incontaminato il panorama sottostante, tenendoti in fremente attesa.
Il fatto è che, fondamentalmente, tu non sai quand'è che quella seggiolina attaccata alla torre precipiterà giù, quindi resti lì, crogiolandoti nella meraviglia della tua prima volta, assaporando i dettagli e aprendo le orecchie per scorgere panico o spavalderia dalle poltroncine circostanti. E ti senti un mito. Perché stai bene e non urli, non hai paura, perché in fondo credevo peggio!

Pensi ai tuoi amici laggiù e alle lagne di chi non ha avuto il fegato di salirci, così che un senso di potenza ti assale e hai la profonda consapevolezza che tu e solo tu hai coraggio da vendere. L'ugola è intatta (che stupide quelle gracchianti ragazzine che continuano a sgolarsi nonostante la calma), le mani sono asciutte al di fuori di ogni previsione; certo, l'emozione avrebbe potuto lasciar spazio a quel tantino di sudore che ti avrebbe comunque reso umano. Ma niente. Tu sei lì imperterrito, gioendo razionalmente della tua grandezza.

È qui che arriva la mazzata cocente.
Mentre tu sei nel fitto dei tuoi pensieri, mentre hai finalmente inteso la vera gioia del tuo essere, quando infine sai che sei pronto a tutto e saresti addirittura capace di volare, precipiti immediatamente verso il basso ad una velocità ignota ma sicuramente altissima.

I capelli diventano blu e poi sfumano leggermente verso il bianco, la pelle diventa olivastra, dello stesso colore della bile che ora senti in gola. Stai per vomitare la colazione e la nausea ti ha reso molle e flaccido perché tu, quella discesa, proprio non te l'aspettavi. Sapevi che sarebbe arrivata, ci sei salito apposta! Il fatto è che non ci hai pensato prima, eri lì che pensavi di essere un Dio sul mondo ed ora al pari di un verme sei infinitesima caccola nelle mani di questa mefistofelica diavoleria!
Ecco.
È così anche un po' la vita, a volte.

lunedì 5 settembre 2016

...come volare... come tornare...

Partire è come volare.
Abbandonarsi irrimediabilmente sul tappeto del vento che, malandrino, ci spinge in alto provocando il vuoto nello stomaco. E un po' ci piace e un po' fa paura.
L'entusiasmo nasce da quel senso di libertà di cui la vita ha necessariamente bisogno per pompare emozioni; fa paura perché in fondo, per quanto sia alto lassù, il timore è quello che poi bisognerà scendere e tutto dovrà finire.
Fa bene al cuore, però. Insegna, cambia, fortifica e dà. Ogni pezzettino di vita in un luogo nuovo contribuisce a creare il patchwork della nostra esistenza. Colorato, diverso, originale, storto e indefinito, a tratti disordinato, ma ordinatamente gradevole al nostro cuore.
Questa è l'esperienza, maestra di salti e piroette, improbabile guida per l'umore, preziosa cicatrice a ricordo di un estatico momento di gioia.

Partire è come tornare.
Fremere al pensiero dei profumi più cari, ritrovati immediatamente a 3 metri da casa, dopo avere sviluppato un olfatto da segugio. Brivido che corre sulle braccia e rizza i peli leggeri della nuca, obbligandoci a chiudere gli occhi per godere appieno della sensazione ritrovata.
Casa è rifugio, è consapevolezza, è sicurezza.
Varcare la soglia delle esperienze-già-fatte, solo per ritrovarsi nella stanza più luminosa che ha appena accolto le esperienze-nuove aggiungendole alla preziosa collezione.
...ché tornare è certezza e forza insieme.

Fermare ogni istante non è possibile.
Dipingere quelli giusti di ironia dorata e i più incantati di uno stupore cristallino smeraldo, poi, è inimmaginabile. Tentare è la strada. Provare. Condividere. Infondere. Regalare.
Ed io ci provo...un respiro pieno, un raggio di sole e bentornata a casa.