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lunedì 12 settembre 2016

Quel senso di...

Ce le hai presenti le torri?
No, non mi riferisco ai "serpentoni". Quelli che a velocità supersonica ti annichiliscono lasciandoti appeso a una seggiolina, gambe all'aria.
Nemmeno mi riferisco all'enorme frullatore bianco che d'improvviso ti fa roteare, mentre la forza centrifuga impedisce di tenere la testa diritta che è irrimediabilmente schiacciata sullo scomodissimo poggiatesta.
Non parlo della serenità della ruota lenta, che vertiginosamente ti porta su e poi scende con altrettanta flemma, lasciandoti godere il panorama.

È proprio quella sensazione di fitta nello stomaco, di cui parlo. Quel magone da mancanza di gravità, quello strattone che senti all'ombelico che ti tira via come fossi attaccato ad un elastico. Eppure è dolciastro ed euforicamente piacevole. È la salita della torre, l'ascesa verso l'arietta più fresca e densa, che una volta su ti lascia godere incontaminato il panorama sottostante, tenendoti in fremente attesa.
Il fatto è che, fondamentalmente, tu non sai quand'è che quella seggiolina attaccata alla torre precipiterà giù, quindi resti lì, crogiolandoti nella meraviglia della tua prima volta, assaporando i dettagli e aprendo le orecchie per scorgere panico o spavalderia dalle poltroncine circostanti. E ti senti un mito. Perché stai bene e non urli, non hai paura, perché in fondo credevo peggio!

Pensi ai tuoi amici laggiù e alle lagne di chi non ha avuto il fegato di salirci, così che un senso di potenza ti assale e hai la profonda consapevolezza che tu e solo tu hai coraggio da vendere. L'ugola è intatta (che stupide quelle gracchianti ragazzine che continuano a sgolarsi nonostante la calma), le mani sono asciutte al di fuori di ogni previsione; certo, l'emozione avrebbe potuto lasciar spazio a quel tantino di sudore che ti avrebbe comunque reso umano. Ma niente. Tu sei lì imperterrito, gioendo razionalmente della tua grandezza.

È qui che arriva la mazzata cocente.
Mentre tu sei nel fitto dei tuoi pensieri, mentre hai finalmente inteso la vera gioia del tuo essere, quando infine sai che sei pronto a tutto e saresti addirittura capace di volare, precipiti immediatamente verso il basso ad una velocità ignota ma sicuramente altissima.

I capelli diventano blu e poi sfumano leggermente verso il bianco, la pelle diventa olivastra, dello stesso colore della bile che ora senti in gola. Stai per vomitare la colazione e la nausea ti ha reso molle e flaccido perché tu, quella discesa, proprio non te l'aspettavi. Sapevi che sarebbe arrivata, ci sei salito apposta! Il fatto è che non ci hai pensato prima, eri lì che pensavi di essere un Dio sul mondo ed ora al pari di un verme sei infinitesima caccola nelle mani di questa mefistofelica diavoleria!
Ecco.
È così anche un po' la vita, a volte.

domenica 3 luglio 2016

Se il mio nome

Mi immagino ogni giorno come essere umano diverso. Mi spaccio per qualcuno che non sono, invento storie nuove e imparo da me stessa. A volte ballo con i nomi. Ce ne sono alcuni dolci e melodiosi, altri aspri ma fascinosi.

Ad esempio se mi chiamassi Ginevra, sarei una bimba di 5 anni, bionda con la frangetta e i capelli lisci. Avrei gli occhioni nocciola e non mi stancherei mai di correre. Sì, perché Ginevra è un nome che vola con il vento e accarezza l'erba, scivola su prati smeraldini di primavera e rincorre gli aquiloni. Sarei forte, caparbia e cuoriosa. Un piccolo animo in divenire che lotta fin da subito con i perché della vita.

Se il mio nome fosse Arianna, avrei 15 anni. Con i fiori tra i miei ricci rossi ballerei per le strade, portando lo zainetto in spalla e sottobraccio ad un'amica. La musica sarebbe una passione e uno stile di vita. Danzerei anche per calmare l'ansia. Cercherei conforto tra le note, perché le piccole crisi mi starebbero dannando l'esistenza. Sarei un'adolescente ricca. Ricca dentro, s'intenda! Piena di valori buoni, ma con una grande paura di vedere quanto veramente vale il mio carattere. Timida e forse impacciata, mi affaccerei alla vita con grande entusiasmo... ché un po' la danza aiuta a camminare.

Se io fossi Mela, amerei il mio nome alla follia. Avrei 21 anni e una forte passione per l'arte e la scienza. Guarderei l'uomo che ho accanto con i miei occhi neri e sinceri e saprei di volere passare l'intera esistenza assieme a lui. Lui che capisce bene com'è fatta la mia mente. Lui sa che sono razionale, con sani principi pratici, ma sinuosamente artistici. Di nascosto comprerei quadri di giovani pittori di strada e ne farei il mio tesoro prezioso, consapevole che un talento simile non potrei mai acquisirlo.

Se mi chiamassi Lilia, avrei le labbra carnose e gli zigomi alti. A quasi 28 anni starei preparandomi al matrimonio con la gioia palpabile di chi sta realizzando un sogno. Avrei faticato a lungo per studiare e trovare un lavoro stabile. Commossa e grata al mondo, starei facendo un passo dopo l'altro verso la felicità tanto agognata. Fiduciosa, ottimista e pronta a scrivere di nuovi meravigliosi ricordi tra le pagine del libro della vita che sto scrivendo con le mie azioni.

Se il mio nome fosse Simona Monti, avrei gli occhi più blu del cielo, limpidi di giovinezza. I miei 33 anni non si vedrebbero poi tanto e tu stesso non sapresti darmene più di 20. Sarei determinata, coraggiosa e fiera. Avrei amato incondizionatamente il mio uomo e con lui avrei cercato un figlio. La gioia sotto pelle di una scoperta simile mi avrebbe reso la donna più felice del mondo. Porto in grembo il mio bambino e nulla può andare storto. La vita è meravigliosa. Perciò stasera esco. Sì, a cena con gli amici. Magari festeggiamo, non rientrerò tardi... tra qualche giorno torno a casa, in Italia.
Finalmente torno a casa.


Un nome. Una donna tra tanti. Una vita. Una lacrima per lei.