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domenica 5 giugno 2016

Caratteraccio

Non ho mai amato le persone che tirano le somme prima di aver calcolato tutti i fattori.
Né riesco a farmi piacere chi vive con superficialità e sufficienza.
Non mi piacciono i giudizi gratuiti, non riesco a legare con la superbia.
Mi infastidiscono gli animi frivoli e vuoti e riesco quasi a diventare intollerante alla stoltezza.

Ma ho pazienza e accetto. Oggi.

La quotidianità mi insegna che è giusto apprendere da qualunque cosa e da chiunque; che anche una lite furibonda arricchisce e che spesso le divergenze aiutano a guadagnare strade nuove.
Potrei portare mille esempi di quanto sia stato importante per me imparare dall'empatia, con l'empatia
e lasciandomi attraversare da essa. Colgo disagi, sofferenze, fastidi e malumori altrui. Li faccio miei e finalmente capisco cosa significa avere a che fare con me.
Io che sono una persona così semplice, pacifica e interessata, spesso relazionandomi agli altri divento un maraviglioso esemplare di mostro. Con annessi baffi, doppie paia di zampe, qualche bubbone e pelle squamosa. Sì, perché la qualità che mi contraddistingue in quei casi è l'isteria, con contorno di intrattabilità e una spruzzata di faccia tosta.

E per quanto pacifica io dica di essere, in alcuni momenti sarebbe meglio non trovarsi da queste parti.

Naturalmente la cavia preferita è il mio compagno di vita. Ho impiegato anni a capire quanto fosse distorta l'immagine che avevo di me. Quando finalmente ho colto l'importanza del suo punto di vista ho cominciato a limarmi e smussare gli spigoli. Con fatica. Immensa, immane, profonda fatica.

Ad un certo punto poi, ho anche capito "l'augurio" che una volta mi fece mia madre. Non avevo 10 anni e dopo aver smesso di urlare per l'ennesima divergenza d'opinioni tra noi mi disse: "ti auguro di avere una figlia come te".

...e io che credevo mi avesse detto una cosa bellissima...

domenica 22 maggio 2016

I sogni nelle mani

Non era brava nelle arti manuali, né riusciva ad esser leggiadra nei movimenti.
Viveva di pancia e istinto, pensava quasi mai e tutto quanto toccasse di delicato prima o poi andava rotto. Sbadata e ritardataria. Non curante e spesso pesante. Aveva sempre una ciocca di capelli tra le dita e gli occhi al cielo, come fosse l'unica a cogliere l'importanza di quel cielo.
Dormiva nel suo collo, le scricchiolavano i piedi quando camminava scalza, aveva la bocca a cuore e gli occhi sottili da orientale.
Era la mia migliore amica.
La persona con cui si intraprendono le più importanti lotte (interiori) e si vincono le più difficili battaglie, fugando ogni dubbio (esistenziale).
In un periodo in cui i gusti, le opinioni, le imprecazioni e i sogni venivano fuori sempre differenti, non si faceva in tempo ad entrare nel vivo dei nostri discorsi che subito arrivava l'ora di cena ed io dovevo tornare a casa mia.
Ore che sembravano minuti.
Interminabili momenti racchiusi in pochi attimi, che si concludevano spesso con un Oh no Ro, i compiti! e l'inevitabile risposta Ma va'... tanto domani non ci interrogano!.
Le solite ultime parole famose!

Avevamo 15 anni, i sogni nei palmi delle mani, il coraggio sotto le unghie e il futuro nelle tasche di dietro dei jeans. Uno sguardo nel cassetto dei desideri ed il cuore puntato in avanti, consapevoli che non ci sarebbe stato domani senza l'immancabile presenza dell'altra. Senza il supporto dell'altra.
Invece la vita va da sola e devia il suo percorso.
Oggi è il tuo compleanno e chissà dove sei. Chissà cosa fai e come stai.
Io che di te conoscevo tutto, oggi nel mio tutto tu non ci sei più.
Perché ora siamo grandi. E quando si è grandi e si sbaglia, spesso si fa fatica a chiedere scusa.